Storia degli Studi

Narce: Una tradizione di Studi Internazionale e Un Nuovo Museo Virtuale

“Ma la civiltà falisca doveva aver avuto un principio anteriore
ed era nostro compito riconoscerne le vestigia.
Bisognava continuare a risalire il corso del Treja”
Felice Barnabei1

La scoperta di Narce si inquadra all’interno di quegli anni d’oro, all’inizio della storia dell’archeologia italiana post unitaria. Gli anni dell’impresa della Carta Archeologica di’Italia. I nomi dei protagonisti nelle parole di Felice Barnabei: “il commendator G. F. Gamurrini e sotto di lui il sig. conte Adolfo Cozza e il sig. Angelo Pasqui. Ad essi più tardi furono associati il bravo ing. Mengarelli ed il valente disegnatore sig. Enrico Stefani”2. Occorre, ai fini della ricostruzione della storia delle ricerche su Narce, richiamare solamente alcuni tratti fondamentali di quell’impresa. Innanzitutto il carattere certamente “rivoluzionario”. La volontà politica è strettamente congiunta fin da subito al rigore metodologico. All’interesse prettamente topografico – perché lo “scavo serve a chiarire l’estensione urbana di pagi e vici3 – si aggiunge dunque la “necessità dei criteri scientifici e […] la convenienza del metodo comparativo che deve servire di guida nello esame delle cose scoperte”4.

L’iniziativa della Carta Archeologica, a partire dall’intuizione e dalla promozione del ministro R. Bonghi, era nata dal connubio scientifico di intenti tra A. Cozza e G. F. Gamurrini nel dicembre del 18815. Impresa che da subito si tinge, nei diversi racconti e soprattutto nell’autobiografia di Gian Francesco Gamurrini, dei toni di una grande avventura6. E con tale spirito probabilmente fu effettivamente vissuta, stando ai diversi diari dei protagonisti di quei sedici anni. Notti passate all’addiaccio all’interno di capanne di pastori, la celebre caduta di Adolfo Cozza in una voragine che si era aperta di fronte ad un “sepolcro etrusco” con il pronto salvataggio di Angelo Pasqui7, sono episodi quasi leggendari, una sorta di “tempo del mito di fondazione” della disciplina archeologica.

I primi rilievi di Narce, in un certo senso la scoperta di Narce, possono essere inquadrati tra il febbraio e il maggio del 1883, quando A. Cozza e A. Pasqui cominciano a lavorare sul ‘quadrato’ di Ronciglione. Nei diversi invii al Ministero della Pubblica Istruzione, da Sutri, che si susseguono tra marzo e aprile si articola la prima descrizione dell’Agro falisco meridionale secondo una direttrice est-ovest, in ideale prosecuzione del lavoro che aveva riguardato, nei mesi precedenti, Vetralla e Sutri. È in particolare nell’invio del primo giugno 1883 che Cozza e Pasqui presentano la relazione con i lucidi “dell’ampliamento del sistema viario” che comprende anche il territorio di “Mazzano, Calcata, Castello e Faleria”8. Negli schedoni relativi al quadrato di Ronciglione compaiono per la prima volta i numeri 126 “Località antica difesa da mura detta Monte Li Santi”, 127 “Località antica ugualmente cinta denominata Narci o Narce”, 128 “località antica ove oggi risiede il villaggio di Calcata” e infine 129 “Scogliera isolata e difesa da mura; oggi viene detta ilconvento di Santa Maria”9.

Nei mesi successivi alla scoperta, l’indagine estensiva di Narce viene posticipata all’anno seguente. Infatti già a luglio del 1883 Cozza e Pasqui attendono di conoscere verso quale comparto territoriale dovranno indirizzare le ricerche. La scelta ministeriale, nonostante le pressioni di Felice Barnabei affinché fosse data precedenza alla antichità della valle del Treja, va in direzione dell’Agro capenate con le vicende del quadrato di Poggio Mirteto10. E ricerche più approfondite a Narce sono ulteriormente dilazionate nell’anno seguente. Il 1884 è infatti l’anno della “scoperta di Civita Castellana”. Il sito promette grandi scoperte. L’entusiasmo di F. Barnabei traspare anche a distanza di anni: “Con questi criteri […]l’onorevole predecessore dell’E.V., il comm. Paolo Boselli, deputato al Parlamento, approvando i nostri progetti, ordinò che si attendesse agli scavi dell’antica Falerii presso la moderna Civita Castellana, 145 metri sul livello del mare, nella parte bassa del territorio falisco e nel tratto inferiore della Valle del Treja”11.

È stato ampiamente messo in luce come la scoperta dell’Agro falisco, e soprattutto di Falerii, abbia costituito assieme il vero inizio e la fine dell’ impresa della Carta Archeologica12. Il proliferare a macchia d’olio degli scavi di imprese private (che spesso erano condotti da scavatori improvvisati nell’ambito della costituzione delle prime Società Archeologiche di Scavi) fece sì che A. Cozza e A. Pasqui fossero distolti dai lavori della Carta e cominciassero a seguire, come potevano, gli scavi sempre più incalzanti nell’Agro falisco13, “ad acquistare corredi di tombe per portarli a Villa Giulia, dove essi stessi allestivano le vetrine sotto la guida del Barnabei”14. Si tratta dell’ “oltraggio” denunciato da G. F. Gamurrini, della sottrazione da parte di Felice Barnabei, dei giovani allievi di Gamurrini, Cozza e Pasqui15. Il destino della Carta Archeologica è segnato. Negli anni seguenti l’interesse principale sarà incentrato sullo scavo di Falerii16. Perché si giunga di nuovo ad indagare Narce occorre attendere l’inizio del 1890.

Intanto la notorietà dei rinvenimenti di Falerii, offerta al pubblico a mezzo di stampa17, attrae l’attenzione anche di studiosi stranieri. Si data al 1888 la prima monografia scientifica di W. Deecke, di carattere principalmente linguistico, dedicata all’Agro falisco18. Considerando che l’edizione della Carta Archeologica era per il momento stata posticipata, il testo di W. Deecke non contiene alcuna menzione del sito antico di Narce.

L’anno seguente, il 1889, sembrerebbe segnare una ripresa, a conclusione degli scavi di Falerii, dell’impresa della Carta Archeologica. G. F. Gamurrini è nominato direttore e con lui sono Cozza, Pasqui e Mengarelli come disegnatore19. Il 1889 è però anche l’anno dell’inaugurazione del Museo di Villa Giulia con l’esposizione dei materiali da Falerii. E mentre si vengono a costituire le prime collezioni del museo, la speranza d Gamurrini per l’edizione della Carta Archeologica d’Italia continua ad affievolirsi20. A pieno titolo il Museo di Villa Giulia, nei primi anni della sua storia e per lungo tempo, fu definito “Museo falisco”, o anche “museo topografico delle antichità preromane del territorio falisco”21 in ideale collegamento con il progetto di Museo Italico che G. F. Gamurrini aveva immaginato a partire dagli anni Settanta dell’Ottocento22, ma anche con il “grande museo” sussurrato a partire dal 1886 dagli stessi Barnabei e Cozza23. L’ideazione, il progetto e l’anima della nascita di Villa Giulia possono essere attribuiti alla coppia F. Barnabei e A. Cozza. A quest’ultimo, che usciva dall’esperienza del museo orvietano24, si deve la progettazione architettonica, come, negli anni seguenti, l’impresa eccezionale della ricostruzione del tempietto di Alatri25.

Con l’apertura di Villa Giulia si chiude la fase degli scavi di Falerii e si apre quella degli scavi di Narce.

Il ritorno nel sito identificato nel 1883 si inserisce in un piano scientifico di ricerca molto puntuale concepito da F. Barnabei. Nelle sue Memorie26 l’eco di quella scelta:


“Seguendo lo stesso sistema ordinato col quale avevamo proceduto fino al 1890 dovevamo eseguire nuove investigazioni per rinvenire suppellettili funebri ancora più antiche di quelle ritrovate. Per portare a compimento questo nostro programma occorreva risalire il corso del Treja verso i monti dai quali esso discende. Dovevamo insomma portare i nostri scavi nel territorio che era stato occupato da una città ancora più antica di Falerii


L’antica città è ovviamente Narce.


“[…] chiamiamo territorio di Narce quello che si estende tra i comuni di Calcata, di Mazzano ed altri prossimi così denominato dal nome antico di una collina che può considerarsi come il centro di quella regione”27


Questa tensione mirata alla ricerca delle origini costituisce il leit motiv del progetto Barnabei. Nella stagione delle ricognizioni degli anni Ottanta dell’Ottocento doveva essere già stata messa in luce l’abbondanza di sepolture riferibili all’età del Ferro a Narce, da subito accumunate alla necropoli di Montarano di Falerii28. La ricerca delle antichità di Narce diviene da subito una ricerca principalmente destinata a chiarire la provenienza dell’ethnos falisco. Un’indagine che porterà nel 1892 R. Mengarelli ed E. Stefani ad intraprendere le ricerche su Monte S. Angelo.

Per introdurre gli scavi di Narce occorre premettere che il sito antico è da sempre diviso, fin dal Medioevo, in due tra i comuni di Mazzano Romano e Calcata. La gran parte dei territori ricadevano, negli anni degli scavi, nelle proprietà del duca Filippo Del Drago29, attorno al feudo di Mazzano, e della duchessa Maria Massimo30, le proprietà dei quali coincidevano più o meno con l’estensione dei territori dei due comuni. Gli scavi di Narce, come in precedenza quelli di Falerii, furono ‘appaltati’ a scavatori privati, sotto il controllo dei funzionari governativi. Rispetto a Civita Castellana, dove si erano costituite vere e proprie società di scavo organizzate, e dove aveva prevalso, almeno apparentemente, un certo fervore patrio di ricerca delle proprie origini, gli scavatori di Narce appaiono fin da subito essere meno irreggimentati all’interno di un chiaro quadro di interventi e certamente molto meno ‘ispirati’, tanto da favorire spesso, come si vedrà, l’immagine – e qui si prende in prestito una definizione di ben altra derivazione – di ‘tombaroli in doppio petto’. Anche nel frangente degli scavi i due comuni, le due proprietà ducali ‘corrispondono’ a diversi gruppi di scavatori privati. A Mazzano, nelle proprietà del Drago, scavano principalmente Carlo Cianni e Francesco Mancinelli Scotti, mentre a Calcata, nelle proprietà Massimo, scavano i Benedetti. Il trait d’union tra i due mondi è costituito dalla figura di A. Cozza, che sovrintendeva agli scavi governativi su tutto il territorio di Narce. Anche A. Pasqui è spesso presente sul territorio, ma la sua presenza è volontariamente oscurata dalle vicende scandalistiche che coinvolgeranno Narce a partire dal 1897. Il legame con gli scavatori privati ritorna anche nelle parole di encomio espresse da F. Barnabei all’atto di licenziare la pubblicazione dei Monumenti Antichi dei Lincei del 1984:


“È qui mio dovere il ricordare che al miglior progresso delle investigazioni nostre contribuì anche per Narce il favore che trovammo nei municipi e nei privati”31


Tra il 1890 e il 1892 vengono portate alla luce ventidue necropoli distribuite sui pendii circostanti i tre nuclei dell’abitato: Narce, Monte Li Santi e Pizzo Piede. Limitati sondaggi di scavo interessarono anche l’abitato e porzioni di fondovalle, con il rinvenimento di un tempio ai piedi de La Petrina, il cui scavo del 1891 fu presto interrotto32. Sulla sequenza degli scavi nel corso dei tre anni si dirà nella Cronistoria degli scavi. Occorre sottolineare come fin da subito i materiali scavati furono incamerati nei diversi magazzini, divisi tra i proprietari terrieri e gli scavatori privati ed acquistati in diverse tranches da parte dello Stato in vista di una nuova esposizione nel Museo di Villa Giulia, cui già lavora F. Barnabei assieme ad A. Cozza e A. Pasqui, nei lunghi periodi di assenza dal sito.

L’11 maggio 1892 viene inaugurata alla presenza della Regina Margherita33 la nuova esposizione del Museo che, mantenendo immutata la sezione su Falerii, già esistente, si arricchisce dell’esposizione dei corredi provenienti dalle necropoli di Narce e di Monte S. Angelo esposti nell’emiciclo del primo piano, la celebre sala IV34. I corredi, sistemati negli ampi armadi di legno, prevedono una disposizione secondo un ordine “cronologico” diverso da quello del Giornale di Scavo, e prevedono una numerazione con numeri romani. Il criterio di esposizione, come è evidente dalle fotografie dell’epoca, non comporta una selezione dei materiali, ma i gruppi tombali sono presentati integralmente.

L’evento ebbe una risonanza talmente ampia e talmente grande fu il successo riscosso, che il Ministro della Pubblica Istruzione P. Villari sollecitò la pubblicazione dei risultati delle indagini35

L’apertura di Villa Giulia venne a quel tempo certamente osteggiata da Luigi Adriano Milani, direttore del Museo Etrusco «centrale» di Firenze che però non riuscì ad impedirne l’apertura36. Sono gli anni della guerra etrusca ed anche le tombe di Narce rientrano nel turbinio della contrapposizione tra Milani e Barnabei37.

Il 1894 è segnato dall’edizione dei Monumenti Antichi dei Lincei. La portata della pubblicazione è certamente storica. Rispetto alle coeve edizioni delle Notizie degli Scavi i Monumenti segnano una svolta nella concezione dell’edizione scientifica archeologica, in senso monografico. Alla presentazione delle ricerche segue l’introduzione sul sito e sulle necropoli. A. Cozza curò la tipologia delle strutture funerarie ed assieme a Barnabei quella dei manufatti. Per la prima volta l’impianto tipologico si fa strada in una pubblicazione archeologica accompagnata da un’attenzione modernissima ai processi di lavorazione e ai dettagli tecnici delle singole classi. La seguente presentazione delle necropoli e delle singole tombe è curata da A. Cozza e da A. Pasqui. G. F. Gamurrini è l’autore della ricca sezione epigrafica. La pubblicazione dei Monumenti Antichi del 1894, sebbene di portata storica eccezionale, non costituisce l’edizione della Carta Archeologica, tanto che Lucos Cozza ha sintetizzato, riferendosi ai Monumenti Antichi che “il lavoro per l’impostazione storico-geografica poteva e può considerarsi la premessa ad una Carta Archeologica, ma non è certo la stessa cosa”38. L’esposizione di Narce del 1892, assieme alla pubblicazione del 1894 impedirono di fatto la pubblicazione della mole immensa di documenti sugli scavi di Falerii che avevano preceduto di quasi un decennio gli scavi di Narce. Ma è la concezione dell’opera ad essere diversa. Certo l’impostazione di A. Cozza e di A. Pasqui è ora maggiormente indirizzata alla pubblicazione archeologica dei contesti piuttosto che ad una pubblicazione topografica, pur essendosi entrambi formati all’interno della missione topografica della Carta Archeologica39.

Il successo della pubblicazione dei Monumenti Antichi del 1894 attrae le attenzioni della gran parte del mondo accademico italiano ed europeo. Proprio in questo frangente si affacciano all’archeologia di Narce tre studiosi stranieri, un francese, un americano ed un tedesco, destinati a segnare la storia del prosieguo degli scavi e delle ricerche di Narce: Gustave Paille, Arthur Lincon Frothingham, Wolfgang Helbig.

Il francese. Gli studi di Françoise Gaultier hanno chiarito la cronologia della presenza di G. Paille nel territorio falisco ed in particolare a Narce40. Presente nell’Agro falisco a partire dal 1893 ai continui dinieghi iniziali da parte del Ministero a concedere l’autorizzazione a condurre scavi archeologici – dinieghi che si ascrivono facilmente nell’ambito di una contrazione generalizzata nella facoltà di concedere concessioni di scavi che provocarono non poche reazioni recalcitranti anche degli scavatori italiani, come la serie di lamentele di Mancinelli Scotti che arrivò sul punto di alzare le mani contro Felice Barnabei41 – segue una stagione di collaborazione con Raniero Mengarelli, incentrata sullo scavo della necropoli di Monte Soriano42. Come si avrà modo di sottolineare nella Cronistoria degli scavi, il lavoro in tandem Megarelli-Paille non riguardò mai la necropoli de La Petrina43. Ritroveremo Paille nei primissimi anni del Novecento accanto ad Angelo Pasqui nella campagna del 1902, capolavoro incompiuto della trama politica di A. Pasqui.

L’americano: Siamo agli albori dell’American School of Rome. Sir. L. A. Frothingham è “Junior Associate Professor” dell’Accademia. I temi delle sue ricerche e del relativo insegnamento erano sostanzialmente due: da una parte i “Pelasgi” genericamente intesi come le diverse popolazioni del Latium adiectum, dall’altra gli “Etruschi”. L’avvicinamento di Frothingham all’Agro falisco si deve ad una visita del 1896 alle collezioni del Museo di Villa Giulia. Dalle sue parole traspare un entusiasmo sconfinato per le recenti esposizioni dei materiali di Narce.


“ Especial attention was paid to the Etruscan museum outside of the Porta del Popolo – Museum of the Agro Romano – at the villa of Pope Julius. This museum, the arrangement of which is due to Comm. Barnabei and Count Cozza, is illustrated in the most systematic way in a series of articles published by its directors in the Monumenti Antichi ”. E ancora “the Museum itself furnishes the best instance of an Etruscan collection arranged on perfectly scientific principles, the contents of each tomb being kept separate and the tombs themselves being arranged in chronological order, thus making it easy to follow the historic succession of types and the transformation of cultures”44 .


Un entusiasmo forse non del tutto disinteressato, con il fine di garantirsi il consenso di F. Barnabei, restio come nel caso di Paille a concedere concessioni di scavo ad enti stranieri45. La presenza di Frothingham sul territorio di Narce che lo porterà all’acquisto di una serie di corredi confluiti nei musei di Philadelphia e di Chicago46, si coglie nel racconto di una visita agli scavi con gli studenti dell’American Academy:


“ In connection with their studies of Faliscan antiquities, and in order to give them some practical experience of the manner in which excavations are carried on in Etruscan necropoleis, I took some of the students to Narce, not far south of Falerii , where some excavations were being carried on which were of unusual importance for the early civilization in Etruria, between the tenth and the seventh century B.C.” Ed il passaggio più rilevante “ Here we were present at the opening of a number of primitive well-tombs and trench tombs, of the archaic period, the contest of which had never been disturbed”47 .


A. L. Frothingham provvide all’acquisto sia da parte di Francesco Mancinelli Scotti che di Fausto Benedetti di una serie di corredi per le istituzioni scientifiche americane. Già a partire però dal 1897 la figura di Frothingham esaurisce il suo momento di gloria nella storia dell’American Academy. La condotta non limpida manifestatasi nel 1897 accelera, come si avrà modo di vedere più avanti, gli invii dei materiali di Narce verso Philadelphia e già dall’inverno del 1898 Frothingham cadrà in disgrazia nell’Accademia e si ritirerà a Princeton48.

Per il tedesco, Wolfgang Helbig, è necessario attendere l’evoluzione degli eventi del biennio 1897 e 1898 prima di introdurre la sua figura il cui peso storico è molto maggiore, rispetto ai due studiosi precedenti, sulla sorte degli scavi di Narce.

Il 1897 è certamente un anno cruciale per la storia delle ricerche di Narce. L’anno si inaugura con la pubblicazione di un libello a firma di Francesco Mancinelli Scotti, per meglio dire una Relazione degli scavi eseguiti a Narce, Faleri, Corchiano, Nepete, Sutrium e Capena49 in realtà dedicato alla sola Narce. Che il clima entro cui la Relazione viene redatta da Mancinelli Scotti cominci a far presagire le vicende che accadranno di lì a poco, risulta evidente già a partire dalla lunga digressione iniziale, una sorta di excusatio dai connotati fortemente retorici. “Spinto da questa esortazione – scrive Mancinelli Scotti – nacque in me la vaghezza di effettuare la prova con la descrizione della Regione Falisca, dove io promossi gli scavi, e mi diedi, per anni ed anni, a scoprire molte località sconosciute, e fra queste Narce, importantissimo centro antico, che può offrire all’archeologo la più grande attrattiva. […] Nel raccogliere questi dati topografici e le notizie degli scavi, ho procurato di essere esatto e veritiero; ma se a caso fossi incorso in qualche giudizio non esatto, ricordo al benevolo lettore che io non sono uno scienziato, ma solamente un pratico, e che fui mosso a compilare questo lavoro per uso degli scienziati i quali, pur giovandosi dei fatti, potranno non curare gli apprezzamenti miei”. “Esatto e veritiero”, ci tiene Mancinelli Scotti a precisare. L’unico valore scientifico del testo di Mancinelli Scotti, difficilmente utilizzabile per la ricostruzione del record archeologico di Narce, risiede nell’essersi soffermato sia sulla tipologia delle strutture funerarie, in un’ottica leggermente diversa da quanto proposto da A. Cozza sui Monumenti Antichi, sia sulla disposizione interna ai sepolcri del corredo di accompagno e degli ornamenti personali. L’occhio esperto di chi ha certamente scavato molte più tombe di quante confluite nell’edizione del 1894 può essergli valso una certa attendibilità almeno in queste descrizioni. Ma la Relazione di Mancinelli Scotti costituisce soprattutto l’anticipazione di quel clima di autodifesa che caratterizzerà tutte le produzioni scientifiche e divulgative del decennio successivo, nella grande stagione degli scandali e dei processi che coinvolsero le scoperte di Narce.

Nel 1897 si apre una vicenda processuale incentrata sugli scavi di Narce che è destinata a perdurare fino al 1942: si tratta del processo intentato dal principe Filippo Del Drago, proprietario dei terreni ad ovest del fosso della Mola di Magliano entro i quali a partire dal dicembre del 1889 erano iniziati gli scavi governativi diretti da A. Cozza. Processo intentato contro il Ministero della Pubblica Istruzione. Il processo finì come finisce la gran parte dei processi in Italia: in prescrizione. I due imputati Carlo Cianni e Cherubino Cherubini vennero assolti dall’imputazione. Nella sentenza di conferma del 15 maggio 1899 il tribunale civile di Roma condanna Filippo Del Drago al pagamento delle spese processuali.

Il racconto delle vicende legate allo “scandalo di Villa Giulia” costituisce il fulcro delle Memorie di un archeologo, l’edizione delle pagine di Diario di Felice Barnabei del 1991, di Filippo Delpino50. È interessante notare come dall’esposizione del Maggio 1892 all’inverno del 1899, le antichità di Narce, nella grande sala semicircolare del Museo di Villa Giulia, avessero raccolto il plauso del pubblico e assieme degli studiosi italiani e stranieri51. Sette anni durante i quali nessuno studioso aveva messo in dubbio l’attendibilità dei corredi. È solo a partire dal novembre del 1898 che cominciano a circolare le accuse che W. Helbig stava raccogliendo contro l’esposizione di Villa Giulia52. L’accusa di Del Drago infatti non aveva considerato il dato scientifico, se non marginalmente, bensì la frode che il Ministero della Pubblica Istruzione gli avrebbe intentato all’atto di acquisto dei materiali nel gennaio del 1891, simulando un valore e dunque un prezzo molto minore dei rinvenimenti. È solo nella seconda parte del processo, durante il 1898 che si comincia ad insinuare il dubbio che, accanto alla frode economica, fosse stato alterato anche il dato scientifico.

Nel febbraio del 1899 l’accusa di Helbig si concretizza nell’introduzione del Führer. Bastano quattro pagine a demolire l’impresa di un ventennio: il Museo di Villa Giulia non è degno di essere inserito nella guida53. La colpa deriva da una mistificazione dei corredi di Narce.

Il 17 febbraio 1899, si insedia una Commissione di Inchiesta Ministeriale composta da Bonasi, Ghirardini e Pigorini. Mandato della commissione è quello di chiarire una volta per tutte i criteri di attendibilità della conduzione degli scavi e dell’esposizione del 1892 a Villa Giulia.

La sentenza pronunciata dalla Commissione non si discosta dall’intervento di difesa pronunciato da F. Barnabei, pochi mesi prima, durante il Processo Del Drago. Viene messa in luce la volontà accusatoria di W. Helbig inquadrandola nell’ambito delle reazioni del collezionismo straniero contro le prime timide legislazioni in materia di scavi di antichità:54.

La fine del Secolo si accompagna con la conclusione dei due grandi processi investigativi – il processo Del Drago e le indagini della Commissione ministeriale in seno al Ministero della Pubblica Istruzione – che in definitiva segnano la conclusione della prima fase della storia delle ricerche su Narce e, più in generale, sull’Agro falisco. L’obiettivo dei detrattori dell’impresa post-unitaria della Carta Archeologica, iniziata nell’ormai lontano 1881, sembra apparentemente fallito, stando ad entrambe le risoluzioni dei processi. Eppure il peso politico, l’ombra di discredito gettata su Felice Barnabei, sui membri del progetto della Carta Archeologica e sull’istituzione museale di Villa Giulia ebbero conseguenze ben al di là delle risoluzioni processuali. L’idea che nonostante ogni deliberazione quel ventennio di scavi e di ricerche a Narce fosse coperto da una coltre di illegalità, concussione, o più semplicemente di una totale approssimazione scientifica, sopravvivrà all’Ottocento, influenzando soprattutto la valutazione dell’attendibilità del portato delle ricerche archeologiche. Il declino agli inizi del Novecento del neonato Museo Etrusco di Villa Giulia può essere ascritto tra gli effetti del discredito generale55. Ma la stagione dello scandalo di Villa Giulia non è affatto conclusa.

A delineare infatti un quadro ancora più fosco sulla storia degli scavi di Narce contribuisce il ‘libello’ del 1901 di Fausto Benedetti56. Si tratterebbe, secondo Benedetti, della stessa relazione presentata presso la Commissione di inchiesta ministeriale, cui non sarebbe stato dato sufficiente credito nell’ambito dell’inchiesta. O meglio di una riscrittura dal momento che la gran parte dei documenti originali – stando alle parole di Benedetti – vennero consegnati durante l’inchiesta, alla corte e mai restituiti. Dunque la scelta di pubblicare la relazione integralmente. L’immagine di Adolfo Cozza, in particolare, è descritta con accenti non proprio lusinghieri: assente dagli scavi, legato da relazioni di interesse economico alla figura di Francesco Mancinelli Scotti, acerrimo nemico dei Benedetti. Il testo di Fausto Benedetti resta ancora oggi uno strumento prezioso per chiunque si accosti allo studio del territorio di Narce, perché costituisce una fonte inesauribile per la comprensione dell’attendibilità delle composizioni dei corredi delle necropoli orientali di Narce e allo stesso tempo, meglio di ogni altro, descrive il clima entro cui gli scavi di Narce erano portati avanti. Anche il libro di F. Benedetti va analizzato però con precauzione, rientrando infatti, come è stato ampiamente dimostrato57, nell’opera di propaganda straniera mirata a colpire Felice Barnabei, che si apprestava a completare in quegli anni la prima legislazione sul commercio dei beni culturali con l’estero. Proprio la legge del 1903 costituisce un primo pilastro sul quale si baserà la rivoluzione legislativa del 190958.

La propaganda contraria a Barnabei, incentrata sull’inattendibilità delle associazioni di corredo di Narce, ad opera di W. Helbig si riaccende improvvisante nel 1901 con la pubblicazione delle Rivelazioni di Fausto Benedetti sul Museo di Villa Giulia. Un pamphlet che raccoglieva ritagli di giornali contrari a Barnabei e ai promotori della Carta Archeologica59 dopo la stampa del testo di Benedetti. Barnabei che nel frattempo è eletto deputato subisce un esilio volontario, venendo forzatamente “dimesso”60 ed è sostituito da C. Fiorilli dalla direzione generale delle antichità e belle arti61.

E qui entra in gioco in una veste diversa Angelo Pasqui. Delegato unico, per così dire, alla gestione completa di Villa Giulia da Fiorilli, A. Pasqui intesse una trama volta a screditare ulteriormente il valore scientifico delle scoperte di Narce. Fatto che a prima vista potrebbe far scalpore se si pensa al ruolo di primo piano svolto da Pasqui nella stagione degli scavi di Narce. Ma il cambiamento di rotta trova una giustificazione proprio nei primissimi anni del Novecento. Già dall’aprile del 1900 Pasqui era stato incaricato da Fiorilli di redigere una relazione sui Musei delle Terme di Villa Giulia con riferimento “sia agli aspetti amministrativi che a quelli scientifici”62. La relazione viene trasmessa a Fiorilli il 5 marzo del 190263. Come ha messo il luce F. Delpino, l’importanza di questa relazione risiede non solo nella descrizione di un quadro desolante di abbandono nel quale il Museo versa in quegli anni dopo il fulgore delle prime esposizioni, ma soprattutto contiene la proposta di Pasqui che arriva ad ipotizzare, per superare una volta per tutte l’annosa questione delle tombe di Narce:


“una commissione composta di tre saggi […] suggerì i mezzi perché fossero rimossi i pochi veli che adombravano alcuni gruppi della collezione di Narce. A questo bisogna provvedere con urgenza, e non trovo altro rimedio che il rimuovere detti gruppi e sostituirli con altri di provenienza legittimata da documenti. Ciò sarà possibile di fare, ognora che si pensi quanto vi è da aspettarsi da ricerche sistematiche sulla necropoli di Narce”64


La drastica rimozione dei gruppi propone dunque A. Pasqui65. La frase conclusiva della citazione appare quanto mai enigmatica, ma acquisisce una nuova luce se ci si sofferma ancora un poco sul legame tra Pasqui e Narce in quel preciso momento storico.

Gli anni immediatamente successivi all’inizio del Novecento segnano infatti una ripresa degli scavi nelle necropoli di Narce, ripresa che potrebbe a tratti considerarsi inaspettata. Si tratta delle indagini condotte proprio da A. Pasqui assieme a Gustave Paille, ancora una volta nei terreni di Del Drago, edite nel 1902 sulle Notizie degli Scavi66. Il clima di rinnovata collaborazione tra Del Drago e il Ministero della Pubblica Istruzione entro cui può essere ascritta questa nuova stagione di scavi, si basa su due capisaldi, quasi due escamotages, oltre che sull’ovvio interesse economico di Del Drago di proseguire gli scavi che nell’ultimo decennio dell’Ottocento erano andati avanti a singhiozzo. Il primo è l’allontanamento di Adolfo Cozza dal territorio di Narce67, opera politica abilmente intessuta da Pasqui, che aveva fatto l’impossibile per tenersi lontano dalle vicende dei due processi di indagine, assumendo un ruolo di secondo piano (non certo animato da un principio di corresponsabilità nell’impresa scientifica di Narce); il secondo è la scelta di non indagare più se non marginalmente la necropoli de La Petrina, al centro dello scandalo di Villa Giulia.

Sono dunque questi i nuovi scavi, quelli “da aspettarsi da ricerche sistematiche” cui A. Pasqui alludeva nella relazione del marzo del 1902? Voleva, per così dire, accantonare i corredi dello scavo del 1890 per far posto ai “suoi”? Le domande preludono ad una risposta affermativa se prendiamo in considerazione una testimonianza di L. Pigorini.

Nello stesso 1902 si rende manifesta una sostanziale aporia fra la sentenza della Commissione di inchiesta, della quale come premesso aveva fatto parte anche L. Pigorini, e il giudizio da lui espresso in relazione ai medesimi scavi, nell’abito della notizia data sul Bullettino di Paletnologia italiana relativa invece agli scavi Pasqui del 1901-1902. Se nella relazione la Commissione ministeriale aveva sottolineato la buona fede dei materiali degli scavi del 1890-1893, il giudizio perentorio di Pigorini appare quanto mai singolare:


“Quelli coevi, provenienti dallo stesso territorio e conservati a Roma nel Museo di Villa Giulia, hanno finito per perdere completamente il loro valore come gruppi di oggetti che rappresentino singole tombe complete, ed è necessario di guastarli, classificando in tutt’altro modo il materiale onde sono formati. Non si rende esclusivamente un servigio alla scienza, mantenendo distinti in un pubblico Istituto corredi simili, dopo che, per quanto ne è stato scritto negli ultimi anni, è svanita anche l’ultima speranza che si poteva avere di ricomporli quali usciti dal terreno. Di essi rimane ora questo soltanto di positivo, che gli oggetti furono scavati da un ragazzo di quattordici anni profano agli studi archeologici, e che lo Stato li ebbe non già per esplorazioni eseguite e sorvegliate dai propri funzionari, ma comperandoli da chi li cedeva per ragione di lucro, e non era obbligato a darsi pensiero di tenere rigorosamente uniti quelli che si erano rinvenuti associati”68.


Dichiarazione per l’appunto perentoria che stride ancora maggiormente se si pensa che il confronto è per Pigorini risolto a favore degli scavi del 1901-1902 di Pasqui, dei quali lo Stato addirittura non acquistò mai i materiali! Ma essa va letta con due prospettive. La prima, legata a Pigorini, si ascrive nel clima di ostilità tra Pigorini e Barnabei, alla luce della legislazione sul commercio estero dei beni culturali fortemente voluta da Barnabei e ancor più fortemente osteggiata da Pigorini, e nella ferma volontà di quest’ultimo di dirottare parte delle collezioni di Villa Giulia nel Museo Preistorico ed Etnografico. E non solo. Il 1902 è l’anno del Congresso Storico internazionale che avrebbe dovuto contribuire a demolire l’immagine già fiaccata dai processi del ruolo di Barnabei69, progetto poi miseramente fallito70. La seconda prospettiva è invece legata a Pasqui, nell’intenzione di sostituire i nuovi materiali provenienti dagli scavi del 1902 con i precedenti. Lo scoppio di una seconda, nuova polemica su Villa Giulia, fu evitato dall’intervento di Villari, presidente dell’Accademia dei Lincei e, come ha giustamente scritto F. Delpino, “sulla polemica di Villa Giulia finì con lo scendere il silenzio”71.

Chiuso il capitolo delle vicende che legano Narce con le polemiche attorno al Museo di Villa Giulia, il ritorno di una “calma” attorno ai corredi contestati, permette l’inizio di una fase nuova di dibattito scientifico, finalmente libero dai toni dell’accesa polemica che dal 1899 pesavano su Narce.

Una tappa importante nella storia delle ricerche su Narce, sebbene purtroppo incompleta, è costituita dalla pubblicazione de La civilisation primitive en Italie depuis l’introduction des métaux da parte di Oscar Montelius72, nella seconda versione del testo del 1910. Lo studioso svedese, padre della tipologia e della seriazione cronologica applicate all’archeologia, dell’immane opera dedicata alla presentazione dei materiali rinvenuti nelle necropoli italiane, non completò mai il testo. Restano dunque solo le tavole dell’ultimo volume che riguardano Falerii e Narce con l’edizione di numerosi pezzi che non erano stati presentati, se non in estrema sintesi, nei Monumenti del 1894.

Nel 1904 alla Direzione del Museo di Villa Giulia viene nominato A Sogliano. La sua conduzione del Museo segna una prima timida inversione di tendenza rispetto al declino in cui lo scandalo aveva condotto sia il museo che la sua istituzione73. Cominciano così i lavori di restauro per l’apertura dell’ala meridionale secondo il progetto del Museo che era stato immaginato da A. Cozza. Questa nuova stagione è segnata, a livello istituzionale, dalla creazione della “Soprintendenza sugli Scavi e Musei di Roma e Provincia”, da cui Villa Giulia dipende ma con direzione ed amministrazione autonome. La gestione Sogliano non è però cruciale per la ripresa del Museo.

L’anno chiave per la storia di Villa Giulia è certamente il 1908 con la nomina di G. Colini alla sua direzione. Il progetto di Colini non riguarda soltanto la vita del Museo ma, con una prospettiva lungimirante, è finalizzato alla promozione di una serie di interventi legislativi che portano ad un sostanziale allargamento del territorio di competenza del Museo che si trova, inoltre, ad operare in totale autonomia. Con il Regio Decreto n. 505 del 7 Marzo 1909 si istituisce infatti la “Direzione degli scavi per i mandamenti di Civitavecchia e Tolfa” con sede proprio a Villa Giulia e si assegna allo stesso Museo la competenza sugli scavi dell’Etruria suburbana e per la fascia dell’Umbria alla sinistra del Tevere. Con il Regio Decreto n. 1020 del 2 Febbraio 1912 viene infine assegnata a Villa Giulia la competenza sui territori di Tarquinia e di Viterbo. Il 9 Giugno 1912, alla presenza del Re Vittorio Emanuele III e del Ministro Credaro, viene finalmente inaugurato il nuovo Museo di Villa Giulia, arricchito rispetto all’originaria collezione falisca. Esposta ancora al piano superiore, viene a comprendere anche gli ambienti minori dove furono collocati i materiali provenienti dalle indagini intraprese in quegli anni nei centri minori nel territorio falisco: Corchiano, Fabbrica di Roma, S. Maria di Falleri, Rignano Flaminio, Faleria, Gallese, Trevignano Romano, Nepi, Vignanello e Campagnano Romano74 Alla ripresa dell’attività del Museo di Villa Giulia contribuisce la prima guida completa del Museo con un’ampia sezione dedicata alle antichità del territorio Falisco, curata nel 1918 da Alessandro Della Seta75. Per la prima volta anche le antichità di Narce, esposte dal 1892 nella grande emiciclo, vengono incluse nella guida di Della Seta, che costituisce la prima edizione, o per meglio dire, la prima presentazione dei materiali provenienti dalla necropoli de I Tufi di Narce76. La guida di Della Seta, come anche quella di Enrico Stefani del 193477 costituiscono la prova tangibile che la stagione degli scandali che avevano investito il museo di Villa Giulia non ha mai comportato la rimozione dei corredi di Narce esposti nella grande sala semicircolare. Sarà solo l’avvento della Seconda Guerra Mondiale a comportare lo smontaggio delle vetrine e il definitivo immagazzinamento dei materiali.

Le ricerche su Narce sono legate attorno agli anni Venti alla figura di Giulio Quirino Giglioli, sia nel breve periodo alla direzione del Museo di Villa Giulia78, sia nel periodo di insegnamento universitario, quando nel 1925, fu richiamato a Roma sulla cattedra di topografia dell’Italia antica.

Gli studi della prima metà del Novecento, condotti da studiosi italiani, dedicati a Narce, o più in generale a tutto l’Agro falisco, non saranno pubblicati, contribuendo all’idea di un generale “silenzio” del territorio, succeduto alla fase effervescente della Carta Archeologica.

È invece all’estero che prosegue il dibattito e lo studio dei materiali falisci. Il legame di Narce con le istituzioni scientifiche estere, americane in particolare – tratto distintivo della storia delle ricerche sul sito che resterà una costante per tutto il corso del Novecento e che ha il suo momento fondante nell’interesse dell’American Academy già dal 1896 con sir A. L. Frothingham – si riflette nella prima monografia, dopo il lavoro pioneristico del Deecke, dedicata all’Agro falisco di L. A. Holland, pubblicata nel 1925, sempre in seno all’Accademia Americana di Roma. Il nome della Holland si lega al Byn Mawr College79, un altro fil rouge delle ricerche su Narce del Novecento. Già dal titolo The Faliscans in the prehistoric times si coglie l’attenzione della Holland per le fasi più antiche della storia di Narce e nonostante si tratti di un testo ampiamente superato nella ricostruzione storica, spicca per l’attenzione minuziosa nella descrizione delle caratteristiche tecniche e formali dei materiali, soprattutto delle ceramiche in impasto.

Tra gli anni Trenta e gli anni Quaranta la fama e l’interesse dei materiali rinvenuti a Narce colpiscono l’attenzione di altri e numerosi studiosi stranieri che cominciano ad includere nei loro studi materiali editi ed inediti dalle necropoli. È il caso di N. Åberg nel 193080, e di Å. Åkerström nel 194381 che presentano le riedizioni di materiali da diversi contesti, corredando le pubblicazioni con alcuni fra i primi disegni dei manufatti bronzei, come è il caso degli scudi della Tomba C2 (LXII) per la prima volta editi da Åberg.

Nel corso dei primi trent’anni del Novecento la gestione delle ricerche e della tutela del territorio falisco ed in particolare del distretto di Narce passano dal controllo di A. Pasqui ad E. Stefani, in un primo breve periodo, attorno agli anni venti, per poi rientrare all’interno dei territori, affidati dalla Direzione delle Antichità e delle Belle Arti del Ministero della Pubblica Istruzione, all’ “ingegnere” per antonomasia della storia dell’etruscologia: Raniero Mengarelli. Nel 1933 si colloca la prima campagna di scavi urbani dopo le indagini sporadiche di fine Ottocento condotte da Cozza e Pasqui. Non occorre ribadire, come è stato ampiamente sottolineato, che nell’Ottocento l’attenzione allo scavo delle necropoli da subito aveva soverchiato ogni interesse topografico legato ai tre nuclei dell’abitato Narce, Monte Li Santi e Pizzo Piede. Un breve intervento di scavo ad opera di A. Pasqui era stato compiuto anche nel 1902, nell’ambito della già menzionata campagna nei terreni Del Drago, sull’altura di Monte Li Santi, che aveva portato alla scoperta di una struttura semicircolare, con ogni probabilità un cisterna, foderata da blocchi in opera quadrata, il cui valore pubblico era stato sottolineato da Pasqui tanto da ipotizzare che si trattasse della dimora di un “lucumone”82. Ma è invece nel 1933 che si data la prima campagna di scavi che potremmo dire in estensione a Narce, condotta da R. Mengarelli. Gli scavi si concentrarono a partire dal febbraio del 1933 sul pianoro di Pizzo Piede e portarono alla scoperta di un piccolo santuario urbano, di tracce delle mura di difesa dell’abitato, della via lastricata d’accesso, oltre ad alcune evidenze funerarie83.

Dai primi anni Quaranta il territorio di Narce che era stato di R. Mengarelli, passa assieme a tutto l’Agro falisco nella sfera di controllo di Maria Santangelo. Nell’ambito della Soprintendenza alle antichità di Roma II fu da subito comandata presso la Soprintendenza alle Antichità dell’Etruria84. L’area di interesse della Santangelo comprendeva principalmente Veio oltre all’Agro falisco e i suoi interventi si concentrarono infatti soprattutto su Veio, come è esemplificato dalle undici campagne di scavo condotte presso il santuario di Apollo a Portonaccio85, mentre di minore portata sono gli interventi a Falerii, e non ne risultano a Narce86.

Nel 1942 vengono finalmente pubblicati i contesti acquistati da sir. A. Frothingham tra il 1896 e il 1897 e trasportati a Philadelphia presso il neonato museo di Archeologia e Antropologia della Penn’s University. Pubblicazione curata da E. H. Dohan. Il catalogo delle ventuno tombe presentate costituisce a pieno titolo la prima pubblicazione scientifica, nel senso moderno del termine, di contesti funerari dell’Agro falisco. Il rigore metodologico della Dohan fa della sua pubblicazione non solo un caposaldo della storia delle ricerche di Narce, ma un testo tutt’ora valido, sia nell’articolazione dei confronti, che nelle osservazioni sulle tecniche di realizzazione. Le prime pagine, che tracciano la storia delle acquisizioni da parte del museo di Philadelphia, sono anche la prima sintesi della storia delle ricerche su Narce, intesa in senso critico. Il lavoro di E. H. Dohan, durato anni, aveva comportato un’analisi dettagliata dei documenti d’archivio giunti a Philadelphia assieme con i due carichi sulle navi da Civitavecchia. Le differenze nella documentazione d’archivio disponibile per E. H Dohan riflettevano il declino della figura di Frothingham presso l’Accademia Americana, in particolare a riguardo della documentazione relativa al secondo carico del 1897. Rigore metodologico che portò all’edizione di tutti quei contesti corredati da una documentazione fotografica ritenuta dalla studiosa americana attendibile. L’esclusione di alcuni dei contesti rimasti allora inediti, basata a suo tempo sulla problematicità della documentazione associata, può ora essere inclusa tra i contesti oggetto di questo lavoro, in base al reperimento di nuovi dati d’archivio, non in possesso della Dohan87. Purtroppo l’improvviso infarto, nella torrida estate di Philadelphia del 1943, che la colse nel suo studio, proprio mentre lavorava ad un’edizione del materiale non incluso nella prima pubblicazione, le ha impedito di proseguire nel lavoro di edizione dei contesti.

Durante la Seconda Guerra Mondiale ed in particolare a partire dal 1943, con l’avanzare del conflitto, viene chiuso al pubblico il Museo di Villa Giulia, trasformatosi in un enorme magazzino in cui proteggere le opere dalla distruzione della guerra. I materiali di Narce vengono rapidamente inscatolati e messi al riparo nei magazzini del Museo, mentre i materiali inamovibili sono ammassati al centro delle sale al riparo con barriere di protezione. Già dagli anni Cinquanta su iniziativa di R. Bartoccini, Soprintendente alle Antichità dell’Etruria Meridionale, era stata concepita la creazione di un Museo territoriale dell’Agro falisco, nel Forte Sangallo di Civita Castellana, cui destinare le antichità del territorio non più esposte ormai a Villa Giulia e per la gran parte relegate nei suoi magazzini88. G. Begni Perina, primo funzionario di zona per l’Agro falisco fino al 1984, ereditando l’area che era stata sotto l’influenza indiretta di M. Santangelo, si occupò del trasferimento a partire dal 1952 di più di cento cinquanta casse, nei magazzini del Forte in attesa dell’apertura del Museo. Nella grande sala semicircolare, a partire dal 1959 saranno esposte le ceramiche della collezione Castellani89. Non tutti i materiali furono trasferiti al Forte Sangallo. A Villa Giulia rimasero esposti nella sala 25 solo pochi corredi90. Dopo la prima infelice esperienza di un Museo Falisco a Civita Castellana promossa dai fautori della Carta Archeologica, che aveva ricevuto una fredda accoglienza dai cittadini di Civita Castellana91, il progetto della creazione di un Museo Falisco al Sangallo prese definitivamente piede. In proprietà del demanio, affidato fino a quel momento alla Soprintendenza dei Monumenti di Roma e del Lazio, solo nel 1967 avvenne la consegna ufficiale del Forte alla Soprintendenza alle Antichità dell’Etruria Meridionale. Il Forte Sangallo si lega inscindibilmente alla figura di Mario Moretti, successore di R. Bartoccini, che avviò il restauro conservativo del monumento e ne seguì costantemente gli sviluppi fino alla prima apertura al pubblico del 1977.

Nell’ambito delle produzioni scientifiche dedicate all’Agro falisco, l’impostazione del problema della lingua, che aveva visto in Deecke un primo precursore, trova la sua codificazione nel 1963 nella monografia di G. Giacomelli92. Sebbene non riguardi specificamente Narce, data l’assenza, fino a quel momento, di iscrizioni in falisco dal sito, il libro della Giacomelli costituisce una premessa fondamentale all’impostazione del problema della lingua, testo che sarà considerato un termine di riferimento costante dai diversi autori che si occuperanno della vexata questio della lingua di Narce.

Tra il 1962 e il 1963 si consuma intanto uno scempio archeologico che danneggerà per sempre il sito di Narce. Si tratta della costruzione della strada provinciale 17/b Mazzano – Calcata. Fino a quel biennio, i due paesi, gravitanti l’uno verso l’asse viario della Cassia, e l’altro verso la Flaminia, erano stati collegati dalla carrareccia che provenendo da Mazzano, piegava a sud dell’altura di Monte Li Santi, scendeva lungo il fosso della Mola di Magliano e, lasciandosi ad est la sommità di Narce e risaliva verso Calcata all’altezza della confluenza tra il fosso della Mola di Magliano e il Treja. Il nuovo percorso della strada, più breve – si tratta di soli 6 km – prevedeva, allora come oggi, una discesa ad est dell’altura di Monte Li Santi, dunque nella Valle del Treja, e il passaggio sul versante opposto del Fosso della Mola di Magliano, solamente in corrispondenza della sella tra Narce e Monte Li Santi. Gli ingenti lavori per la costruzione portarono a sventrare con profondi sbancamenti, ottenuti mediante l’utilizzazione di mine, la necropoli de La Petrina, in particolare in corrispondenza del nucleo sommitale, e soprattutto, comportarono la distruzione del viadotto artificiale di collegamento tra Narce e Monte Li Santi. Costruito presumibilmente nel corso del VI secolo a.C., questo poderoso monumento di ingegneria e di urbanistica, costruito in blocchi di tufo perfettamente squadrati, alto in origine più di quaranta metri, conservava una cospicua porzione rivenuta “intatta e ben conservata” al tempo dei primi scavi di Narce. La messa in opera della strada provinciale tagliò di netto il viadotto, obliterando anche, attraversato il fosso della Mola di Magliano, la prospiciente necropoli de I Tufi93.

Tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi degli anni Settanta a Narce si apre la stagione degli scavi in abitato promossi dalla British School of Rome94. Sono gli anni dell’intensa attività della Scuola Britannica nell’Etruria Meridionale, succeduti alle campagne di ricognizioni condotte da J. B. Ward Perkins. Anni degli scavi in collaborazione con l’Istituto di Etruscologia e Antichità Italiche della Sapienza nella necropoli veiente di Quattro Fontanili95. La collaborazione a Narce è instituita tra la British School of Rome e la Soprintendenza alla Preistoria e all’Etnografia96. L’iniziativa dello scavo fu presa in collaborazione da Ward Perkins e da Renato Peroni, con l’incoraggiamento di Massimo Pallottino. A dirigere lo scavo britannico fu T. W. Potter, mentre il sondaggio della soprintendenza fu diretto da M. A. Fugazzola. Lo scavo della Soprintendenza, di limitata estensione, fu condotto però in profondità al fine di chiarire l’entità del deposito stratigrafico e si esaurì con la campagna del 1969. Lo scavo della British School proseguì invece fino al 1971 investigando un’ampia porzione del fondovalle. I dati provenienti dallo scavo inglese confermarono le deduzioni di Peroni e della Fugazzola, restituendo molti dati relativi alle capanne del bronzo e ad una porzione di necropoli impiantata nell’area a partire dall’Orientalizzante recente, oltre a dimostrare la presenza di un’officina per la lavorazione delle tegole di età repubblicana97. Sebbene entrambe le ricostruzioni cronologiche ed in particolare la pertinenza dei materiali della V fase di Potter siano stati riletti ed attribuiti ancora all’orizzonte del Bronzo Finale98, la metodologia stratigrafica dello scavo come l’attenzione ai contesti e la presentazione pressoché totale dei materiali rinvenuti (nella pubblicazione del 1976) fanno dello scavo Potter uno strumento imprescindibile per la comprensione dello sviluppo storico di Narce99.

Nell’ambito dell’attenzione europea su Narce, anche il lavoro di I. Ström sull’origine e la diffusione dell’Orientalizzante porta alla riedizione di alcuni materiali cruciali tra i contesti delle necropoli, arricchendo il panorama delle edizioni dei singoli pezzi, preliminarmente editi sui Monumenti Antichi100.

È nell’ambito delle tesi di perfezionamento della scuola di Etruscologia dell’Università Italiana per stranieri di Perugia, che J. M. Davison pubblica nel 1972 la sua tesi sui sette corredi acquistati a Narce tra il 1895 e il 1896 da A. L. Frothigham e confluiti nelle collezioni del Chicago Field Museum101. Dopo il lavoro della Dohan, i contesti pubblicati dalla Davison costituiscono il secondo nucleo di materiali in contesto conservati all’estero. Il confronto con la pubblicazione del 1942 è quanto mai naturale e si risolve nettamente a favore della Dohan. Il libro della Davison, sebbene abbia il grande pregio di portare ad edizione dei contesti inediti e di impiantare, nella prima parte del volume, una sorta di apparato tipologico coerente per le diverse classi di materiali, ha il difetto di costituire una pubblicazione molto parziale ed opinabile nell’articolazione del commento filologico ai pezzi presentati, oltre al noto problema di una composizione frettolosa del volume in sede editoriale con un’assenza di corrispondenza tra le tavole ed il testo.

Quello che potrebbe essere definito come un silenzio scientifico italiano, ed in particolare dell’Etruscologia, nelle pubblicazioni legate a Narce e a tutto l’Agro falisco, a fronte del dibattito vivace nell’ambito delle istituzioni straniere, silenzio che perdurava, con rare eccezioni, a partire dall’inizio del Novecento, viene interrotto dalla pubblicazione di un testo destinato a segnare il passo della storia dell’Etruscologia della seconda metà del secolo. L’attesa pubblicazione del Carta Archeologica vede finalmente la luce nel 1972. L’indice della Carta, pronto già in versione definitiva l’11 giugno 1897, era rimasto inedito e passato assieme alla mole immane di documenti prima tra le mani di A. Pasqui, poi di R. Mengarelli, fino alla fortunata ripresa dei lavori promossa in seno alla ricostruzione della Soprintendenza ad opera di Bartoccini negli anni Cinquanta e che affidò l’edizione della Carta a Giuseppe Lugli nel 1956102. La presentazione dei dati topografici assieme alla preziosa ricostruzione della storia delle ricerche della Carta Archeologica riaprono il dibattito legato all’archeologia dell’Agro falisco, apportando una nuova serie di dati relativi agli abitati, alle necropoli, alla ricostruzione degli assi viari. D’ora in avanti le pubblicazioni scientifiche dedicate al territorio avranno un nuovo strumento prezioso per la ricostruzione dei contesti archeologici falisci.

Se la pubblicazione della Carta Archeologica veniva a colmare parte della grande lacuna riguardante l’Agro falisco, allo stesso tempo, data la sua genesi, era ancora ascrivibile alla stagione ottocentesca degli scavi e delle ricerche. Il 1973 è segnato dalla prima riflessione e riconsiderazione del territorio falisco in un’ottica moderna. Il riferimento è all’articolo di Giovanni Colonna apparso su Studi Etruschi dedicato all’Etruria interna103. Pur non essendo legato specificamente al comparto falisco, nel tracciare le direttrici nei rapporti tra Etruria meridionale e Etruria interna, volsiniese in particolare, G. Colonna riconsidera il ruolo cruciale svolto dall’Agro falisco nella trasmissione di manufatti e di ideologie facendone un filtro cruciale, in particolare in relazione al quadro archeologico della sponda orientale del lago di Bolsena. Sono infatti gli anni delle scoperte francesi nell’area di Bolsena104 e i materiali “falischeggianti” attraggono l’attenzione degli studiosi, italiani e stranieri, ancora una volta sul comparto falisco. E sebbene i rapporti morfologici tra i tipi siano maggiormente focalizzati su Falerii, anche il ruolo di Narce appare fondamentale, soprattutto rispetto alla vicina Veio.

Il quadro dei ceramisti del VII secolo a.C. è arricchito a partire dal 1974 da una nuova personalità il cui nome si lega alla storia di Narce: il pittore di Narce. Sulla personalità del ceramografo, riconosciuta per la prima volta da F. Canciani105 e successivamente precisata da M. Martelli106. M. Micozzi107, il contributo per così dire ‘biografico’ resta il lavoro di J. G. Szilágy108 grazie a nuove attribuzioni da Veio e da Narce, oltre che dal mercato antiquario, per un totale di dodici vasi. Sulla figura del pittore sono tornati recentemente F. Boitani, S. Neri, F. Biagi a margine della scoperta della tomba dei Leoni Ruggenti nella necropoli di Grotta Gramiccia di Veio109.

L’ultimo nucleo di una serie di contesti tombali acquistati alla fine dell’Ottocento e conservati all’estero, viene pubblicato nel 1974 da H. Salskov Roberts. Si tratta di altre tre tombe orientalizzanti da Narce conservate al Danish National Museum di Copenhagen110, assieme a contesti da Capena e Poggio Sommavilla. Le tre tombe edite dalla Salskov Roserts non sono le uniche tombe di Narce al Danish National Museum. Infatti nel volume del CVA Copenhagen IV, sono edite un’olla assieme alla relativa scodella di copertura, attribuite ad una tomba n. 4817, di generica provenienza da Narce111. Le ricerche d’archivio hanno permesso di riconoscere l’intero corredo in una fotografia, conservata al Deutsches Archäologisches Institut di Roma, di materiali scavati da Fausto Benedetti nel 1897, probabilmente proveniente dalla necropoli de I Tufi112.

Al dibattito archeologico legato alla storia di Narce contribuisce l’edizione del 1976 degli scavi della British School of Rome, di T. W. Potter. È una messe di nuovi materiali quella che Potter presenta e, nonostante le sopracitate imprecisioni nelle datazioni delle diverse fasi, costituisce ancora oggi l’unica edizione completa di uno scavo stratigrafico dell’abitato di Narce113. La British School condusse anche una campagna di ricognizioni nel territorio di Narce edita in parte nel 1976, in parte nel 1979 nell’ambito della ricostruzione del paesaggio dell’Etruria meridionale sempre a cura di T. W. Potter114.

Lo studio delle classi di produzione dell’Agro falisco non raggiungerà mai fino agli anni Novanta lo status di materia autonoma con l’edizione di monografie specifiche dedicate. In singole opere incentrate su classi di materiali o forme funzionali cominciano a partire dagli anni Settanta ad essere pubblicati materiali inediti o parzialmente editi dall’Agro falisco. Ad inaugurare lo studio in questo ambito sono certamente i repertori dei materiali bronzei della serie dei Prähistorische Bronzefunde. Le tipologie delle spade115, dei coltelli116, dei rasoi117, delle asce118 contemplano l’edizione di una cospicua parte dei rinvenimenti ottocenteschi dall’Agro falisco e soprattutto da Narce, che fornisce il nome a tipi specifici attestati nel sito falisco119.

Intanto i lavori di ristrutturazione e restauro del Forte Sangallo di Civita Castellana terminano e, grazie alla tenacia del Soprintendente Mario Moretti, che aveva fortemente creduto nel progetto di realizzazione del Museo Archeologico Falisco, nel 1977 viene inaugurato il museo al Forte Sangallo. In quell’occasione vennero aperte al pubblico solo le prime tre sale120, il cosiddetto “museo piccolo” dove oggi sono esposti i materiali provenienti da Narce.

L’urgenza dell’edizione scientifica moderna dei sepolcreti di Narce indagati alla fine dell’Ottocento, la cui unica pubblicazione restava ancora il catalogo dei Monumenti Antichi dei Lincei del 1894, comincia a farsi pressante nel panorama scientifico italiano, allorché vede la luce il primo volume della serie dei Monumenti dedicata alle necropoli veienti, con l’edizione nel 1979 del sepolcreto di Valle La Fata, di G. Bartoloni e F. Delpino121, nell’ambito del progetto di pubblicazione fortemente voluto da Massimo Pallottino.

Ad aggiungere un tassello alla conoscenza ancora molto parziale dell’Orientalizzante antico, della necropoli di Monte Lo Greco è l’edizione nel 1980, da parte di M. D. Molas i Font, della ricca tomba bisoma 18 (XXIII), oggetto del suo studio presso L’Escuela Espanola di Roma.

Se la Carta Archeologica del 1972 aveva costituito un evento cruciale e rivoluzionario negli studi sull’Agro falisco, cominciando a restituire all’impresa dell’Ottocento quei tratti di scientificità che i diversi scandali della fine del secolo avevano adombrato, la pubblicazione nel 1981 dei Materiali per l’Agro falisco (a cura di L. Cozza e L. D’Erme), della mole di documenti redatti tra il 1881 e il 1897 da A. Cozza e A. Pasqui, conclude il processo di edizione dei dati delle campagne di scavo che dal 1884 interessarono Falerii e Corchiano122. La presentazione delle diverse necropoli, l’attenzione ai contesti funerari scavati, presentati in sintesi ma integralmente, gli elenchi dei materiali rinvenuti nelle tombe, corredati dal poderoso apparato grafico di piante e schizzi delle strutture funerarie e dei materiali, e le celebri piante topografiche di Falerii, costituiscono una nuova base sulla quale costruire la storia moderna delle edizioni archeologiche sull’Agro falisco. Il progetto di G. F. Gamurrini è idealmente compiuto quasi un secolo dopo la sua ideazione. Il testo, incentrato su Falerii, non contiene dati relativi alle scoperte di Narce e costituisce il pendant naturale dei Monumenti Antichi del 1894.

Negli stessi anni, sul fronte di Narce, alla storia della tutela e della valorizzazione del sito archeologico e del territorio concorre l’istituzione nel 1982 dell’ente Parco Regionale del Treja. Con un’estensione limitata al bacino del fiume e alle propaggini tufacee immediatamente prospicienti, in un’area compresa approssimativamente dalla Mola di Monte Gelato fino all’Agnese, oltre Calcata, la realtà del Parco favorì da subito un controllo maggiore sull’attività di scavo clandestino sempre molto attiva in tutta la valle.

I dati archeologici relativi all’abitato di Narce, a margine dell’edizione degli scavi inglesi del 1976, in particolare riferimento alle fasi più antiche del sito, sono ulteriormente riletti nei lavori di Francesco di Gennaro. Già sui Dialoghi di Archeologia del 1982 e poi nella monografia del 1986, di Gennaro ritorna criticamente sull’esistenza di un ‘attardamento’ della comunità del Bronzo Finale di Narce. Rileggendo i materiali dagli scavi dell’abitato di fondovalle, di Gennaro, propone di attribuire tutti i frammenti ceramici che erano stati ascritti alla prima età del Ferro all’orizzonte conclusivo del Bronzo Finale123.

Nel dibattito sull’origine di Narce ed in particolare sulla strutturazione più antica in età storica si inserisce anche M. Torelli che nel 1982 conferma che l’occupazione del sito avrebbe coinvolto già dall’inizio i tre rilievi principali, superando definitivamente la tesi di Potter che leggeva nei dati di scavo e di ricognizione una certa anteriorità dell’occupazione di Narce124.

Gli inizi degli anni Ottanta segnano una tappa fondamentale nella storia delle ricerche su Narce ed in genere sull’Agro falisco. È una tappa che si lega ai nomi di due giovani studiose che rispettivamente nel 1981 e nel 1984 entrano in ruolo nell’Università di Roma La Sapienza e nella Soprintendenza ai Beni Archeologici dell’Etruria Meridionale: Maria Paola Baglione e Maria Anna De Lucia Brolli. Entrambe allieve di Massimo Pallottino, formatesi alla sua scuola di Etruscologia e Antichità Italiche di Roma, cominciarono ad affrontare con l’incoraggiamento del comune maestro l’opera di studio e revisione dei vecchi scavi dell’Agro falisco finalizzata all’edizione scientifica completa dei diversi sepolcreti di Falerii e di Narce, e dei dati degli abitati divenuta ormai indispensabile a distanza di un secolo esatto dalla scoperta di Narce.

La realtà della tutela del sito e del territorio di Narce al momento dell’entrata in ruolo come funzionario responsabile di Maria Anna De Lucia, è certamente critica. L’azione dei clandestini è in un momento di grande fervore. A fronte di un processo diffuso di vendita illegale da parte dei proprietari dei terreni in uso civico125, M. A. De Lucia opera una strategia di comunicazione del vincolo archeologico ai diversi privati126, vincolo già parzialmente esistente e che viene ora allargato a comprendere quelle fette del territorio che ne sono ancora escluse: è il caso delle necropoli di Pizzo Piede. La collaborazione con il Parco Regionale della Valle del Treja diviene sempre più fitta e porta ad un controllo più mirato nel territorio. Ed è proprio nell’ambito del controllo degli interventi dei privati sui terreni sottoposti a vincolo che nell’inverno del 1985 vengono alla luce nella valle delle Rote, alle pendici di Monte Li Santi, dopo le profonde arature (che nonostante la comunicazione avvenuta del vincolo erano proseguite), i resti di numerosissimi blocchi di tufo e frammenti architettonici e fittili. I primi sondaggi di scavo della Soprintendenza, tra il 1985 e il 1986, portano alla luce i resti di un complesso monumentale, riconosciuto da subito come santuario extraurbano, che verrà indagato fino al 2003127.

Il 1985, l’Anno degli Etruschi coinvolge anche la ricerca e le realtà museali dell’Agro falisco. Il cosiddetto “museo piccolo” del Forte borgiano del Sangallo di Civita Castellana, concepito nella prima apertura degli anni Settanta128, ha così occasione per essere ampliato nei grandi spazi recentemente restaurati del Forte. I materiali dagli scavi di Narce, Falerii e tutto l’Agro falisco, fino a quel momento per la gran parte ancora chiusi nelle casse dell’invio da Villa Giulia degli anni Sessanta, vengono infine aperti e M. A. De Lucia realizza il primo allestimento che occupa ora la gran parte del piano nobile del Forte.

Le ricerche di M. P. Baglione trovano una prima sintesi nel 1986 nel celebre articolo Il Tevere e i Falisci all’interno degli atti del VII incontro di Studio del Comitato per l’Archeologia Laziale129 In esso si gettano le basi per reimpostare le diverse linee di ricerca sull’Agro falisco: dalla prima revisione delle cronologie dei contesti alle considerazioni sull’evoluzione diacronica di Falerii e Narce, dai rapporti con l’Etruria interna a quelli con il mondo Sabino e Piceno. Sono in particolare i rapporti prima con Veio poi con Caere a trovare una prima impostazione sia dal punto di vista delle strutture funerarie sia della circolazione dei manufatti.

Viene finalmente edito il piccolo nucleo di materiali provenienti dalla tomba 103 della necropoli di Monte Cerreto, altrimenti nota in bibliografia come “tomba degli ori”, conservato presso il British Museum di Londra130. Non si tratta dell’intero corredo, ma solo dell’apparato vascolare, dal momento che la restante parte, soprattutto gli ornamenti, gli “ori”, sono conservati al Museo di Villa Giulia. La pubblicazione di K. Berrgren, sebbene nella tradizione della Holland abbia un’interessante impostazione legata all’analisi della tecnologia degli impasti, non sviluppa l’analisi del contesto di provenienza confondendo Narce con Civita Castellana131.

Il 1987 è l’anno del Convegno di Studi Etruschi dedicato a La Civiltà dei Falisci. Nella storica introduzione, dedicata al rapporto dialettico tra Falisci ed Etruschi, Massimo Pallottino delineò i tratti programmatici del convegno registrando l’interesse diffuso che il solo annuncio dell’incontro due anni prima aveva suscitato nella comunità scientifica. L’impostazione rigorosamente diacronica costituisce una summa degli studi in corso sul territorio. Le riflessioni su Narce caratterizzano soprattutto la prima parte del convegno. Dopo la prima sezione preistorica e protostorica, con i contributi di M. A. Fugazzola Delpino e P. Petitti, vengono presentati per la prima volta da M. P. Baglione e M. A. De Lucia Brolli i nuovi dati sulla necropoli de Li Tufi132. Fino a quel momento inedita, la necropoli de I Tufi, unica a non essere compresa nei Monumenti Antichi perché frutto di uno scavo del 1894, si configura come la ventitreesima necropoli di Narce. Il contributo delle studiose, oltre alla presentazione tipologica dei materiali rinvenuti, per la prima volta con dei disegni tecnici tali da poter essere citati a confronto nella letteratura scientifica, contiene in nuce tutte le problematiche e le prospettive che questa piccola necropoli offre per la ricostruzione della storia di Narce. Dal riconoscimento della equivalenza tra il gruppo 18B edito dalla Dohan e le tombe 3 e 6 della necropoli al rinvenimento delle piante e delle relazioni di scavo, dal ruolo delle importazioni al rinvenimento di materiali del Bronzo finale nei contesti della fase avanzata dell’età del Ferro, il contributo (che si preannuncia come un’anticipazione dell’edizione completa dell’intero sepolcreto) sottolinea la necessità della costituzione di una sequenza culturale e cronologica locale, tale da permettere una più puntuale definizione della cronologia dei contesti. Il convegno è ancora occasione per la prima presentazione dello scavo SBAEM presso il ‘nuovo’ santuario di Monte Li Santi – Le Rote133, nel raccordo con il sistema di santuari extraurbani costituito dal nuovo contesto e dal tempio indagato nel 1981 ai piedi de La Petrina, presso il guado orientale del Treja nel punto di passaggio della strada per Falerii. Il convegno è infine l’occasione per l’identificazione da parte di G. Colonna di Narce con la Fescennium delle fonti134. Accantonata l’identificazione con Corchiano, la cui radice in *orcla, richiama Norchia e dunque un momento più tardo di influenza tarquiniese sul territorio, la rilettura delle fonti porta lo studioso a confermare la prima identificazione che fu da subito proposta da F. Barnabei. Colonna si sofferma anche sull’articolazione dell’insediamento presentando i dati, provenienti da una ricognizione GAR condotta da A. Camilli, di un quarto “colle” di Narce, un’altura cinta da mura, subito a sud di Monte Li Santi a ‘quota 210’. Secondo Colonna l’insediamento urbano da subito si configurerebbe distribuito su cinque, se non sei, colli: Narce, Monte Li Santi, Pizzo Piede, Colle quota 210, Calcata e forse S. Maria.

L’attestazione di sole iscrizioni in etrusco a Narce, fin dall’edizione dei Monumenti Antichi del 1894, è un tratto caratteristico del sito falisco che ha attratto l’attenzione di molti studiosi. Già G. F. Gamurrini, nel curare la sezione epigrafica dei Monumenti, sottolineò questa peculiare caratteristica in riferimento alla monografia del Deecke, di stampo prettamente linguistico, edita pochi anni prima. Nel 1988 è Mauro Cristofani a tornare sull’argomento135. Negli Etruschi nell’Agro falisco Cristofani ipotizza la presenza, stabile nel tempo, di una enclave etrusca a Narce, in particolare legata all’abitato di Pizzo Piede, nelle cui necropoli si concentra la maggior parte delle iscrizioni. Le testimonianze epigrafiche saranno ancora una volta prese in esame prima da Giovanna Bagnasco Gianni nel 1996136 e poi riconsiderate nel recente volume del CIE redatto da G. Colonna assieme a Daniele Maras del 2006137.

Ancora nel segno del dibattito fra Falisci ed Etruschi che aveva caratterizzato il leit motiv del convegno del 1987, e sulla scorta dell’identificazione di Narce con Fescennium, G. Colonna nei contribuiti che si susseguiranno negli anni si concentra sulle ricostruzioni del profilo storico sui Falisci, prima nella trattazione sui “Latini ed Italici d’oltre Tevere”138 poi nel rapporto con la Campania139.

Nell’ambito delle pubblicazioni dedicate a Narce e all’Agro falisco con un carattere scientifico e assieme divulgativo, sono da ascriversi le due guide edite nel 1991 e curate entrambe da M. A. De Lucia Brolli: si tratta della guida alle esposizioni del Museo dell’Agro falisco140 e della guida dedicata a tutto il territorio dell’Agro falisco141.

La storia degli studi sulle ricerche nell’Agro falisco dell’Ottocento ha una tappa cruciale nel 1991 con la pubblicazione delle Memorie di un archeologo di Felice Barnabei di Margherita Barnabei e Filippo Delpino142. È al secondo studioso che si deve la ricostruzione delle vicende biografiche di Barnabei ma soprattutto del suo ruolo di archeologo, nell’Italia post-unitaria. Le pagine di diario redatte da Barnabei offrono la testimonianza diretta del ruolo cruciale giocato a partire dalla sua formazione di Normalista, per seguire con i diversi ruoli all’interno della Direzione generale delle Antichità e delle Belle Arti. L’entusiasmo che caratterizza l’impresa dell’Agro falisco, di cui Barnabei segue le vicissitudini da Roma, e che si concretizza con l’apertura del Museo di Villa Giulia, trova nel contrasto con Helbig il momento più duro della sua biografia. I riferimenti all’impresa di Narce sono molteplici, come è stato visto, tra i documenti presentati nelle Memorie e costituiscono la chiave per tornare a quegli anni della scoperta prima che il filtro degli scandali influisca sul tono del racconto. Gli anni della minuziosa revisione dei dati di scavo di Narce che Barnabei portò avanti, raccogliendo tutto il materiale prodotto dai diversi personaggi coinvolti nella scoperta, a partire dal 1897 e negli anni successivi al processo e alla conclusione delle indagini della Commissione Ministeriale, costituiscono la base documentaria delle ricerche di Delpino e continuano a fornire dati preziosi per l’edizione degli scavi dell’Ottocento.

Già dagli anni Ottanta, ma soprattutto nei primi anni Novanta il Gruppo Archeologico Romano, ed in particolare il nucleo falisco, aveva portato avanti un progetto ambizioso di ricognizione in estensione del comparto meridionale dell’Agro falisco: il “Progetto Narce”. Le pubblicazioni che si susseguono forniscono dati utili alla comprensione dello sviluppo diacronico del territorio.

Nel 1994, nell’ambito dello studio monografico sulle produzioni in impasto bianco su rosso che M. Micozzi dedica ai rinvenimenti dall’Agro.

Il convegno Nomen Latinum del 1995 è l’occasione per M. A. De Lucia Brolli e M. P. Baglione di riconsiderare nella totalità i dati archeologici di Narce, incentrando la discussione soprattutto sui nuovi dati dell’abitato143. In particolare le ricerche d’archivio condotte per anni, hanno consentito il riconoscimento dei materiali provenienti dallo scavo urbano di Pizzo Piede, diretto da Raniero Mengarelli nel 1933. Un intervento di scavo del 1989, ha permesso il recupero delle evidenze indagate da Mengarelli nel 1933 riconoscendo parte del santuario urbano. Ma l’intervento al convegno è incentrato anche sulla riconsiderazione della tipologia delle strutture funerarie delle necropoli. Il tema dell’ideologia funeraria è al centro anche della giornata di studio in memoria di Massimo Pallottino, scomparso nel febbraio del 1995, dedicata alle necropoli arcaiche di Veio144. In quel convegno, che resta una pietra miliare nella storia degli studi su Veio, M. P. Baglione e M. A. De Lucia Brolli hanno approfondito il delicato tema, già declinato nelle pubblicazioni precedenti delle autrici, dei rapporti tra Veio e i Falisci. In sintesi, pur nell’ambito di un legame strettissimo, sottolineato dalle studiose, che lega il grande centro proto urbano di Veio e il più piccolo centro falisco di Narce, M. P. Baglione e M. A. De Lucia Brolli sottolineano alcuni caratteri salienti legati all’ideologia funeraria che distinguono sostanzialmente le due comunità: solo per citarne alcuni, dal perdurare di nuclei di necropoli in cui prevale il rito incineratorio anche nel corso della fase avanzata dell’età del ferro, al reiterarsi di alcune azioni rituali nella deposizione, distinti fra i generi.

La conclusione dello scavo in laboratorio condotto all’interno del dolio della tomba A4 (XXXIV) de La Petrina permette a M. A. De Lucia Brolli di presentare i nuovi materiali rinvenuti all’interno del suo riempimento145. Le caratteristiche straordinarie di questa sepoltura ad incinerazione di un ‘cavaliere’ armato permettono di riconsiderare il quadro delle incinerazioni “eroiche” caratterizzate dalla presenza di armi a Narce nelle altre necropoli. A conclusione del lungo processo di analisi dei documenti di archivio conservati presso l’archivio storico della SBAEM, M. P. Baglione e M. A. De Lucia Brolli pubblicano nel 1998 una serie di documenti inediti su Archeologia Classica146. Si tratta di disegni, redatti con ogni probabilità da E. Stefani delle tombe acquistate da L. A. Milani per il Museo etrusco “centrale”, quasi un atto di offesa alla completezza dell’esposizione fortemente voluta da Felice Barnabei. La riscoperta delle tombe fiorentine, fino a quel momento non attribuite ai contesti di provenienza, è accompagnato da una serie di fotografie di corredi delle diverse necropoli di Narce, nei quali le autrici riconoscono le tombe acquistate per il Copenhagen National Museum ed altri contesti smembrati o non acquistati dallo stato. Il contributo conferma sempre di più come le ricerche d’archivio condotte in seno alla Soprintendenza e all’Università di Roma costituiscano la base imprescindibile per restituire attendibilità ai corredi di Narce.

Nel 1998 dopo circa un decennio dedicato al restauro e al riallestimento delle sale, riapre la nuova sezione sulle antichità dei Falisci a Villa Giulia. La disposizione di Narce nella sala 27 prevede per la prima volta l’esposizione di materiali frutto dello scavo in laboratorio all’interno del grande dolio della tomba A4 (XXXIV). Nell’ambito della rinnovata stagione espositiva dei materiali di Narce, non sono molti i principi di Narce ad essere esposti nella mostra di Bologna del 2000147. I contesti dai quali sono scelti i materiali esposti nella storica mostra sull’orientalizzante provengono dalle necropoli di Monte Cerreto, dal Quinto e dal Terzo Sepolcreto a Sud di Pizzo Piede148.

La prima monografia dedicata ad una classe di produzione dell’Agro falisco può essere considerata il prezioso lavoro di Maria Gilda Benedettini sui sostegni fittili o holmoi149. Esito di un lungo studio su tutti gli esemplari provenienti dall’Agro falisco, assieme ad una dettagliata analisi dei loro contesti di provenienza, il contributo di M. G. Benedettini costituisce anche la prima riflessione sulle produzioni in impasto rosso su bianco (o red on white) di Narce. La studiosa, nel presentare una tipologia strutturata dell’intera classe, attribuisce agli esemplari di Narce un carattere di anteriorità rispetto alle produzioni di Falerii, snodo cruciale di tramite tra i calefattoi o sostegni dell’età del Ferro di Veio e le produzioni orientalizzanti dell’Agro falisco. Le produzioni in impasto dal territorio di Narce trovano anche un ampio spazio di riflessione nel poderoso apparato tipologico del Dizionario delle ceramiche di impasto dell’età orientalizzante150 in un approfondimento curato da M. A. De Lucia Brolli e M. G. Benedettini.

Agli studi dedicati da F. Delpino alla figura di Felice Barnabei, viene ad affiancarsi, contribuendo così alla definizione della complesse ed affascinanti personalità che segnarono l’inizio dell’archeologia di Narce, la monografia di P. Tamburini, C. Benocci e L. Cozza Luzi dedicata al ‘secondo padre’ dell’Agro falisco: Adolfo Cozza151. Con un’ampia sezione dedicata alla personalità di artista poliedrico ed architetto, al “Leonardo” volsiniese – sezione che caratterizza tutte le opere monografiche su Cozza, che non è mai riducibile né descrivibile come semplice archeologo152 – la figura di A. Cozza viene descritta, con una ricchissima sezione di documenti d’archivio, a partire dalla formazione, dalle prime scoperte volsiniesi, alla partecipazione all’impresa della Carta Archeologica, alla concezione del Museo di Villa Giulia, fino ai periodi a Napoli, in Sardegna e gli ultimi scavi al Palatino. La scoperta e gli scavi di Narce, come si è avuto modo di dimostrare, restano sullo sfondo153.

L’occasione della mostra alla Rocca Albornoz di Viterbo, Scavo nello scavo, del 2004, nata dall’idea di mettere in mostra i diversi materiali rinvenuti nelle campagne di scavi dentro i magazzini della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Etruria Meridionale, ha permesso i presentare per la prima volta materiali provenienti da due nuovi contesti di Narce. Si tratta del corredo di una tomba ad incinerazione in custodia litica con una generica provenienza dall’Agro falisco154 e dei materiali provenienti dal santuario urbano di Pizzo Piede, investigato da Raniero Mengarelli nel 1933155, scavo del quale era già stata data notizia al convegno Nomen latinum del 1995156.

Il tema dei rapporti tra l’Agro falisco e il ‘limitrofo’ territorio volsiniese, per la prima volta problematizzato da G. Colonna nel 1973 157, è l’oggetto del XII Convegno internazionale di Studi sulla Storia e l’Archeologia dell’Etruria, promosso dalla fondazione per il Museo «Claudio Faina». Con contributi che coprono un ampio spettro tematico e cronologico, il convegno ha avuto certamente il pregio di aver riacceso il dibattito sulla fitta rete di relazione che lega Narce e Falerii con tutta la valle del Tevere.

La riapertura nel 2003 della Etruscan Gallery dedicata a Kyle Phillips, lo scopritore di Murlo, alla University of Pennsylvania Museum of Archaeology and Anthropology, offre al pubblico americano una nuova veste dei materiali di Narce acquistati da A. L. Frothingham nel 1896-97 ed editi da E. H. Dohan nel 1942. A curare la nuova esposizione ed autrice del catalogo è Jean MacIntosh Turfa, allieva di Phillips al Bryn Mawr College e al tempo dell’inaugurazione professoressa presso la stessa università 158. I materiali sia nell’esposizione museale che nel catalogo non vengono presentati per contesti, ma in base a linee tematiche in grado di far cogliere al visitatore alcuni aspetti della vita, del costume e dell’ideologia funeraria etrusca e falisca. I lavori su Narce di J. Turfa, fin da subito aperti alla collaborazione interdisciplinare specialmente con l’antropologia fisica, già presentati in sintesi nell’edizione del 2005, culminano in collaborazione con Marshall J. Becker e Bridget Algee-Hewitt con l’edizione di tutti i resti antropologici provenienti da contesti etruschi e falisci conservati presso il museo 159. La pubblicazione dei diversi contesti da Narce costituisce il primo contributo sistematico ed organico offerto alla conoscenza antropologica della popolazione di Narce e costituisce la base naturale per ogni altro studio incentrato sulle analisi dei resti umani dell’Agro falisco.

Nel 2005 l’attenzione di due studiosi è nuovamente incentrata sulle produzioni metalliche anche dell’Agro falisco. Si tratta dei lavori di Ferdinando Sciacca dedicato alle patere baccellate in bronzo 160 – testo che annovera un buon repertorio sia degli esemplari metallici da Narce che delle realizzazioni in impasto – e di Cristiano Iaia sulle produzioni toreutiche della prima età del Ferro 161.

Nell’abito dei lavori approntati sulle diverse classi di materiali nell’Agro falisco incentrati anche su Narce, merita di essere citato il contributo di Laura Ambrosini dedicato al bucchero falisco 162. Il testimone è raccolto da Maria Cristina Biella che, nel definire il rapporto di “metamorfosi” che lega le tradizioni in impasto e il bucchero, ha recentemente colto le tracce di quel processo di sperimentazione degli artigiani falisci aperti ma non troppo alla muova moda della diffusione del bucchero 163. Le ricerche di M. C. Biella volte allo studio ‘completo’ delle classi di produzione ceramiche falische sono state negli anni precedenti rivolte agli impasti con decorazione ad incavo. La monografia ad essi dedicata nel 2007 costituisce uno strumento di lavoro prezioso per comprendere le diverse produzioni di Narce. In particolare l’autrice registra, grazie ad uno studio a tappeto su tutti i materiali conservati nei depositi dei diversi musei del territorio, una certa anticipazione nelle produzioni a Narce rispetto a Falerii in singolare coincidenza con quanto era già stato proposto da M. G. Benedettini per gli holmoi. La monografia in corso di stampa sugli impasti incisi 164 e la prosecuzione dei futuri lavori sul bucchero dovrebbero apportare molti e nuovi dati alla comprensione della specificità del comparto falisco giungendo così ad una sintesi tra gli studi delle diverse classi ed i lavori sulla cronologia dei contesti che sono attualmente in corso, tra i quali va annoverata questa tesi di dottorato. Un breve contributo dedicato ai biconici fittili dall’Agro falisco è pubblicato nel 2006 da M. Gatto, costituendo il primo censimento, seppur parziale, degli esemplari da Narce e da Falerii.

In ideale prosecuzione degli studi sul Bronzo finale nell’Etruria meridionale e nell’Agro falisco condotti da F. di Gennaro a partire dagli anni Ottanta, nell’ambito degli studi sulla protostoria italiana promossi da R. Peroni, Barbara Barbaro ha recentemente pubblicato il suo dottorato di ricerca incentrato su insediamenti, aree funerarie ed entità territoriali in Etruria meridionale nel Bronzo finale 165. B. Barbaro ricostruisce l’assetto insediativo del Bronzo finale e giunge a definire l’esistenza di entità territoriali ben strutturate che precedono la svolta protourbana dell’inizio dell’età del Ferro. Rispetto ai dati di Narce, il libro di B. Barbaro costituisce la sintesi più completa sui dati materiali del Bronzo Finale ( i medesimi editi nella monografia di T. W. Potter).

Nell’ambito dell’analisi delle sepolture femminili dell’Orientalizzante antico dell’Etruria meridionale e dell’Agro falisco, Federica Pitzalis ha recentemente presentato una rilettura dei contesti di Narce, sito caratterizzato, come ha messo in luce l’autrice, dal più alto numero di attestazioni note in bibliografia166. Il panorama offerto da F. Pitzalis è ricchissimo e permette di ancorare i nuovi dati dai vecchi scavi de La Petrina e de I Tufi, presentati in questo testo, su di un quadro sia di contenuti che metodologico già ben delineato.


1 Barnabei-Delpino 1991, p. 211

2 Narce 1894, col. 8. Infatti Raniero Mengarelli ed Enrico Stefani entreranno a far parte del gruppo solo a partire dal 1889 (Tamburini et alii 2002, p. 79)

3 Narce 1894, col. 9.

4 Narce 1894, col. 17.

5 Cozza 1972, p. 430

6 Gamurrini 1924. Sull’Autobiografia di G. F. Gamurrini si veda Cozza 1972, p. 431. I tratti “epici” sono stati recentemente presentati anche in Paturzo 1993.

7 Cozza 1972, p. 431

8 Cozza 1972, p. 441

9 Gamurrini 1972, p. 168

10 Cozza 1972, p. 441

11 Narce 1894, col. 12.

12 Cozza 1972, p. 429

13 G. F. Gamurrini nella sua biografia torna più volte sul tema: “in queste ultime settimane si ebbe come una smania di scavi in Civita Castellana e in Corchiano. In quest’ultimo Comune si fecero anche scavi abusivi … che ricorsero d’urgenza la presenza del Cozza il quale giunto sul luogo riferì al ministero … sulla necessità di accordare subito vari permessi a persone che desideravano scavare in vari luoghi …” in Cozza 1972, p. 447.

14 Cozza 1972, p. 429

15 Cozza 1972, p. 432

16 A partire dalla fine del 1884 un precedente progetto di ampliare l’indagine al territorio di Fara Sabina non va in porto. Nel 1885 proseguono i lavori a Tarquinia, San Giovenale e vengono realizzati i primi rilievi a Gabii. Alle pressioni affinché l’opera della Carta Archeologica, non fosse relegata alla sola Etruria meridionale ma si estendesse nella zona dell’Emilia, della Romagna e delle Marche, la celebre risposta di Gamurrini, dell’aprile (Cozza 1972, p. 437), conferma la volontà di concludere prima le ricerche tra i territori dell’Etruria Meridionale. A Cozza viene affidata Civita Castellana, a Pasqui, il territorio di Terni. A giugno del 1886 si svolge a Roma una riunione organizzativa, tra Gamurrini, Cozza, Pasqui sul da farsi, quando viene stabilito di “non passare ad altro rettangolo se non dopo aver completato quello di Civita Castellana inserendovi lo scavo del tempio” e che “anche gli scavi di Corchiano facevano parte di quel rettangolo”, in Cozza 1972, pp. 437ss.

17 È il caso della nota vicenda della scoperta delle tegole iscritte per cui si veda Barnabei-Delpino 1991, pp. 210ss.

18 Deecke 1888.

19 Cozza 1972, p. 432

20 Cozza 1972, p. 451

21 Santagati 2004, p. 9.

22 Per la storia incompiuta del Museo Italico si veda Delpino 2001, pp. 632 ss.

23 Benocci-Delpino 2004, pp. 13ss.

24 Tamburini et alii 2002, pp. 91ss.

25 Tamburini et alii 2002, p. 95; Delpino 1995, p. 441; Benocci-Delpino 2004, p. 21

26 Memorie di un archeologo in Barnabei-Delpino 1991, p. 209

27 Memorie di un archeologo in Barnabei-Delpino 1991, p. 209

28 “Avevamo veduto la città sorgere da piccoli principi sul colle di Montarano, presso cui era il piccolo sepolcreto, ove tra le tombe a fossa o ad inumazione, notavasi vari gruppi di tombe a pozzo che ci richiamavano il costume più antico della cremazione; e queste tombe a pozzo sia per il loro rito stesso, sia per altri riguardi, ci mostravano intimo rapporto con quelle del periodo detto di Villanova, e con quelle delle più vetuste necropoli di Vetulonia, Bisenzio e Tarquinii, per citare le più vicine. Ora se queste tombe a pozzo di Montarano hanno relazione con quelle di Villanova ed appartengono a famiglie di stirpe italica, è chiaro che queste famiglie vennero a stabilirsi su quel colle in un’età relativamente tarda, non essendovi quivi trovata nessuna tomba che ci avesse presentate le forme primordiali del cinerario di Villanova né essendosi trovati altri segni che ci riportassero al primo apparire della civiltà italica tra noi […] Ed era chiaro che in questa scelta non avremmo dovuto rivolgerci al corso inferiore del Treia ed alla parte più bassa dell’Agro falisco dovevamo invece risalire il corso del fiume, dove le precedenti indagini ci avevano indicato alcuni luoghi con avanzi di recinti e grandiose opere di costruzioni, certo non posteriori ai recinti di Falerii. E come primo tema di questo nuovo ordine di studi ci si presentava l’indagine del centro archeologico di Narce a nove chilometri a monte di Falerii, sulla stessa valle del Treia”, in Narce 1894 coll. 18ss.

29 Filippo Massimiliano del Drago, principe di Mazzano e d’ Antuni, (04.03.1824 – 21.04.1913). Il padre fu Urbano del Drago-Biscia-Gentili, principe di Mazzano (nato il 09.03.1773); la madre, Teresa Massimo (nata il 14.03.1809). Il 23.01.1856 sposò María de los Milagros Muñoz y de Borbon, marchesa de Castillejo (nata il 08.11.1835). Ebbero quatto figli Ferdinando del Drago, marchese di Rioffredo (nato il 21.02.1857), Francesco del Drago, marchese di Rioffredo (nato il 27.04.1858) Luigi Gonzaga del Drago, marchese di Rioffredo (nato il 20.06.1859) e Giovanni Battista del Drago, marchese di Rioffredo (nato il 12.08.1860)

30 La figura di Maria Massimo va inquadrata entro la discendenza di Francesco Massimo, primo duca di Rignano. Nella vulgata contemporanea al tempo dei primi scavi di Narce, non si fa mai riferimento alle proprietà di Maria Massimo ma sempre alle proprietà del principe Francesco Massimo, il cui nome resta legato alle proprietà prossime a Calcata. Francesco Massimo, primo duca di Rignano (08.08.1773 – 12.12.1844), figlio di Angelo Tiberio Massimo e Caterina Negroni sposò Carolina Lante Montefeltro della Rovere. Ebbero tre figli Guglielmina Massimo (nata il 25.11.1811), Elisabetta Massimo (nata l’ 11.07.1809) e l’erede del titolo nobiliare Mario Massimo, Duca di Rignano e Acquasparta (05.06.1808 – 23.05.1873) sposò Maria Ippolita Buoncompagni-Ludovisi ed ebbero un unico figlio Emilio Massimo (02.05.1835 – 16.05.1907), che ereditò il titolo di duca di Rignano. Nel 1858 sposò Teresa Doria-Pamfili-Landi, ed ebbero una sola figlia, per l’appunto, Maria Massimo, Duchessa di Rignano e di Calcata (30.07.1859 – 27.10.1916). Sposò Prospero Colonna Doria, Principe di Sonnino, che acquisì il titolo di Duca di Rignano e di Calcata. Ebbero quattro figli: Mario Colonna, che acquisì il titolo di Duca di Rignano e Calcata (nato nel 1886) Oddone Colonna (nato il 07.12.1889), Piero Colonna, duca di Garigliano (nato il 23.05.1891) e Fabrizio Colonna (nato il 12.10.1893).

31 Narce 1894, col. 22.

32 Narce 1894.

33 Il cui ruolo era stato fondamentale anche per la prima apertura di Villa Giulia del 1899. Si veda Benocci -Delpino 2004, p. 19. Sul rapporto di confidenza tra la Regina Margherita e Felice Barnabei si veda Barnabei-Delpino 1991

34 Santagati 2004, p. 86.

35 Cozza 1972, p. 429.

36 Tamburini et alii p. 97.

37 Sulla guerra etrusca si veda soprattutto Barnabei-Delpino 1991, p. 215 e l’estesa trattazione in Delpino 1995.

38 Cozza 1972, p. 430. In realtà occorre precisare che la ‘contrapposizione’ è vissuta come tale principalmente da G. F. Gamurrini. Per F. Barnabei, e così per A. Cozza e A. Pasqui, il progetto della Carta Archeologica, come la pubblicazione dei Monumenti Antichi dei Lincei e l’istituzione del Museo di Villa Giulia, costituiscono un tutt’uno, una prosecuzione del pionieristico progetto di R. Bonghi concepito tra 1874 e 1975, cui si è già fatto riferimento.

39 È l’annosa contrapposizione che vede lo “scontro” fra diverse impostazioni che si ritroverà nel corso del Novecento tra, ad esempio, etruscologi e topografi, nell’approccio alla ricerca sul campo e alla pubblicazione dei materiali. In realtà la ‘contrapposizione’ è vissuta principalmente da G. F. Gamurrini. Per F. Barnabei, come per i più giovani A. Cozza ed A. Pasqui, la Carta Archeologica come i Monumenti Antichi dei Lincei come il Museo di Villa Giulia costituiscono un progetto unitario.

40 Gaultier 1999.

41 Processo Del Drago

42 Gaultier 1999, pp. 90 ss.

43 Ringrazio Marinella De Lucia per l’informazione dedotta dai taccuini Mengarelli che ha in studio.

44 Frothingham 1897, p. 52

45 L’inizio delle relazioni fra A. L. Frothingham e Barnabei dovettero essere burrascose. Barnabei, che allora lavorava alla regolamentazione in senso restrittivo delle concessioni di scavo date ad enti stranieri, non concesse a Frothingham in un primo momento il permesso di condurre scavi come è evidente dalla sua relazione annuale “The most difficult question which we were obliged to solve during the first season on behalf of the School was the possibility of carrying on excavations. Without being positive in the matter, I had hoped that we should not find an invincible opposition on the part of the Italian Ministry towards our accomplishing something in this important department of work. I found, however, that Professor Barnabei, who is at the head of the department of excavations at the Ministry of Public Instruction, was at this time opposed in principle to allowing the School, as a foreign institution, to undertake any work of original and independent excavation”. Frothingham si limiterà in un primo momento a dirigere una sorta di campagna di ricognizione concentrata a Norba. In un momento successivo la disponibilità di Barnabei sembra invece sostituirsi al diniego iniziale. Nella celebre cena dentro la cisterna di Norba, cui partecipano, oltre a Barnabei, tutti i membri dell’ “Archaeological Commission”, così li definisce Frothingham, Cozza, Pasqui e Borsari, Barnabei sembra assicurare al professore americano ogni possibile supporto per l’esecuzione di scavi. Per le vicende legate si veda Frothingham 1897, p. 64, Barnabei-Delpino 1991, p. 431.

46 Vedi sotto

47 Frothingham 1897, p. 53

48 Dohan 1942

49 Mancinelli Scotti 1897

50 Barnabei-Delpino 1991. Sull’argomento F. Delpino è poi tornato nel 1997 (cfr. Delpino 1997)

51 Frothingham 1897, Paille all’interno degli atti del Processo Del Drago

52 Per tutta la vicenda si veda Barnabei-Delpino 1991, pp. 218ss.

53 Helbig 1899.

54 Bonasi et alii 1899, p. 1129 .

55 Delpino 1997

56 Benedetti 1900.

57  Nella stesura della sua “relazione” Benedetti fu certamente coadiuvato da E. P. Warren e J. Marshall, “noti agenti stranieri attivissimi in Italia” ( Delpino 1997, p. 193, nota 9). La Porten Palange che ha documentato in modo inoppugnabile la strettissima collaborazione tra Benedetti e Warren nella redazione del libello benedettiano con le accuse contro Barnabei. Si veda Porten Palange et alii 1990, pp. 612-617.

58 Per le vicende alle origine della legge n. 364 del 20 giugno 1909, si veda Balzani 2003.

59 Barnabei-Delpino 1991 pp. 219ss; Delpino 1997, p. 194.

60 Santagati 2004, p. 30. Occorre precisare che fu lo stesso F. Barnabei, a conclusione della lunga stagione degli scandali, a forzare le procedure per le dimissioni, giungendo perfino a fingersi insano di mente.

61 Delpino 1997, p. 193.

62 Delpino 1997, p. 193.

63 Delpino 1997, p. 196.

64 Delpino 1997, p. 202.

65 Che si sostituisce alla proposta di apporre dei cartellini identificativi all’interno delle vetrine, da sempre avversata da F. Barnabei. Si veda da ultimo Delpino 1997, p. 202 con bibl. Precedente.

66 Pasqui 1902; per il destino dei materiali provenienti da questi scavi si veda De Lucia Brolli-Baglione 1997.

67 Che dal 1901 viene trasferito a Napoli. Per la parentesi napoletana, lo scandalo che coinvolge il Museo Archeologico di Napoli ed i contrasti con Ettore Pais si veda Taburini et alii 2002 p. 91 e soprattutto pp. 104 ss.

68 Pigorini 1902, p. 252 e da ultimo Delpino 1997, p. 198.

69 Delpino 1997, pp. 191 ss.

70 Delpino 1997, p. 199.

71 Delpino 1997, p. 199.

72 Montelius 1910.

73 Sulle vicende di quegli anni si veda Delpino 2000, pp. 40ss.; Delpino 2005.

74 Sull’inaugurazione: BA VI (1912), pp. 205-208.

75 Della Seta 1918.

76 Baglione -De Lucia Brolli 1990.

77 Stefani 1934.

78 Dal 1919 Giglioli era succeduto a Colini nella direzione del museo e a tale ruolo è principalmente legata l’attività scientifica di questi anni, caratterizzata da contributi in parte originati dalle indagini sul territorio della sovrintendenza, in parte dai materiali presenti nel museo stesso.

79 Dove si graduò nel 1920 e poi vi tornò ad insegnare a cavallo della seconda guerra mondiale.

80 Åberg 1930.

81 Åkerström 1943.

82 Pasqui 1902, p. 662, e da ultimo De Lucia-Baglione 1997, pp. 55-56.

83 De Lucia Brolli-Baglione 1997; De Lucia -Benedettini 2004.

84 M. L. Arancio “ Maria Santangelo. Profilo biografico e bibliografico” in Ambrosini 2009, pp. 319-323.

85 Ambrosini 2009.

86 Arancio 2009, p. 321.

87 Si fa riferimento alla “tomba degli scheletri” scavata nel 1895 da F. Mancinelli Scotti e per la prima volta edita nel Capitolo 4.

88 Begni Perina -De Lucia Brolli 1986, pp. 261 ss.

89 Santagati 2004, p. 78.

90 Santagati 2004, p. 99. Delle necropoli de La Petrina e de I Tufi, solamente le tombe A4 (XXXIV), T1 (VIII).

91 Biella 2011.

92 Giacomelli 1963.

93 Non vi è traccia nell’Archivio della SBAEM di documenti che autorizzino tali interventi sul sito antico, né di controlli durante l’avanzamento dei lavori.

94 Potter 1976.

95 Anche l’abitato di Veio, nello stesso frangente, è interessato dal cosiddetto “scavo degli ispettori” sul pianoro di Piazza d’Armi, del biennio 1968-1969, con un’appendice nel 1970, che doveva costituire almeno nelle intenzioni la risposta italiana ai grandi scavi stranieri in estensione come quello del Bryn Mawr College a Poggio Civitate di Murlo, scoperto nel 1968. Lo scavo degli ispettori fu diretto anche da G. Begni Perina, funzionario responsabile dell’Agro falisco. Ma lo scavo degli ispettori non viene concluso e non sarà edito fino alla ripresa delle attività e dei vecchi scavi a partire dal 1996 con il Progetto Veio dell’Università di Roma La Sapienza.

96 Potter 1976, Peroni -Fugazzola 1969.

97 Potter 1976.

98 Si veda sotto.

99 La revisione parziale dei materiali dello scavo inglese viene affrontata nel Capitolo 2 di questo lavoro.

100 Ström 1971.

101 Davison 1972.

102 Cozza 1972, p. 430.

103 Colonna 1973.

104 Bloch 1972.

105 Canciani 1974.

106 Martelli 1987.

107 Micozzi 1994.

108 Szilági 2005.

109 Boitani et alii 2010.

110 Salskov Roberts 1974.

111 CVA Copenhagen 4; cit. Baglione -De Lucia Brolli 1990 p. 89, nota 49.

112 Il corredo, attribuibile alla fase 2A della seriazione di Narce, sarà presentato nel Capitolo 3.

113 Potter 1976.

114 Potter 1979.

115 Bianco Peroni 1970.

116 Bianco Peroni 1976.

117 Bianco Peroni 1979.

118 Carancini 1984.

119 È il caso del “fodero tipo Narce” o dell’ “ascia tipo Narce”

120 Begni Perina -De Lucia Brolli 1986, pp. 263 ss.

121 Bartoloni -Delpino 1979.

122 Cozza -Pasqui 1981.

123 Ad eccezione di un frammento di collo di biconico di Gennaro 1982, di Gennaro 1986, di Gennaro 2010 (convegno PPE Pitigliano 2010, in corso di stampa).

124 Torelli 1982.

125 Quella fattispecie giuridica di “uso civico” di tradizione medievale che aveva caratterizzato le proprietà Del Drago e Massimo e che a partire dagli inizi del Novecento, con la cessione progressiva a privati dei terreni si era mantenuta vigente.

126 Impedendo così l’alienazione del bene.

127 De Lucia Brolli 1990, De Lucia Brolli 1990a, De Lucia Brolli 1993, De Lucia Brolli -Benedettini 2004, Benedettini et alii 1999; De Lucia Brolli 2012cs.

128 Begni Perina -De Lucia Brolli 1986.

129 Baglione 1986.

130 Berrgren 1986.

131 Berrgren 1986.

132 Baglione -De Lucia Brolli 1990.

133 De Lucia Brolli 1990.

134 Colonna 1990.

135 Cristofani 1988.

136 Bagnasco Gianni 1996.

137 Corpus Inscriptionum Etruscarum II, 1, 5 et addit. II, 2, 1.

138 Colonna 1988, pp. 520ss.

139 Colonna 1988.

140 De Lucia Brolli 1991.

141 De Lucia Brolli 1991a.

142 Barnabei -Delpino 1991

143 De Lucia Brolli -Baglione 1997.

144 Bartoloni 1997.

145 De Lucia Brolli 1997.

146 Baglione -De Lucia Brolli 1998.

147 Bologna 2000.

148 5PP 14(L), 3PP 4 (XLVIII), MC 73 (LII).

149 Benedettini 1999.

150 Parise Badoni 2000.

151 Tamburini et alii 2002.

152 E che ritorna ad esempio nella strutturazione del volume dedicato al rapporto tra A. Cozza e il Museo di Villa Giulia, per cui si veda Benocci-Delpino 2004.

153 Come dimostrato dall’attribuzione della scoperta di Narce. vd. supra.

154 De Lucia Brolli 2004.

155 De Lucia Brolli-Benedettini 2004.

156 De Lucia Brolli-Baglione 1997.

157 Colonna 1973.

158 MacIntosh Turfa 2005.

159 Turfa et alii 2009.

160 Sciacca 2005.

161 Iaia 2005.

162 Ambrosini 2004.

163 Biella 2010.

164 Una prima presentazione dei confini entro cui si snoda lo studio in Biella 2010

165 Barbaro 2011.

166 Pitzalis 2011.

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